Quarant’anni fa, l’omicidio di Giuseppe Muscarella

Morire per la scelta di combattere i soprusi
Alto, grosso e forte, da sempre contadino e credente, un giorno Giuseppe Muscarella alza la testa e rivendica per sé e per tutti quelli come lui, il diritto a vivere e lavorare, senza dover sottostare al taglieggiamento, al sopruso, al parassitismo della mafia tradizionale.

Abbandonata la Coldiretti, Muscarella s’impegnò a lavorare nella locale sezione della “Alleanza Coltivatori Siciliani”, l’organizzazione dei contadini del P.C.I. portandosi dietro un’ottantina di persone come lui, mettendo in discussione il sistema della mafia feudale: a pochi chilometri da Palermo, con quella del traffico di stupefacenti, degli appalti, delle connivenze politiche, ancora operava la mafia più tradizionale, quella che prosperava sullo sfruttamento dei contadini e dei braccianti.

Eppure Giuseppe, quando scelse di opporsi a quel sistema, non era nemmeno l’ultimo dei vessati, non era tra quelli che più subivano lo sfruttamento, da parte della mafia terriera. Ed il suo piccolo paese, Mezzojuso, amministrato da una giunta di sinistra, non era nemmeno terra di feudi e quindi, non subiva tutte le pressioni ed i soprusi, di altre contrade.

Economicamente, Muscarella non stava neanche troppo male, visto che la moglie gestiva anche un piccolo negozio di alimentari: l’unico suo cruccio era che gli mancavano i  soldi per far curare il cuore di uno dei suoi quattro figli.
Avrebbe anche potuto accettare quanto la vita gli aveva dato e venire a patti con qualche boss locale, vendendogli l’anima in cambio di un qualche aiuto per le cure del figlio. Ma Giuseppe scelse un’altra via, fatta di testa alta, di rivendicazioni del giusto: il giusto prezzo dell’affitto delle terre; il giusto prezzo per i prodotti venduti; il giusto salario per tutti i braccianti; il giusto prezzo persino dei fertilizzanti…

Probabilmente, come ogni essere umano, anche lui “voleva di più”, ma non alle spalle del prossimo, quanto in cambio del valore della propria fatica. E, forse, non voleva doversi inchinare a qualcuno, per vedere garantito il diritto alla salute del proprio figlio: senza taglieggiamenti e soprusi, avrebbe potuto anche mettere da parte i soldi per poterlo curare.

Ma Muscarella fece un’altra scelta e organizzò  la protesta per i salari dei braccianti e per cannoni equi per gli affitti della terra, fece acquistare collettivamente i fertilizzanti per pagarli ad un prezzo di mercato (e non quasi al doppio); organizzò addirittura una sottoscrizione per l’acquisto di un televisore per la sua sezione, dimodoché i contadini potessero avere anche un po’ di svago.
Per questo suo attivismo, aveva già subito delle intimidazioni: anni prima gli avevano sterminato un piccolo gregge di pecore e poi gli ammazzarono anche dei maiali. Ma lui, continuò il suo impegno, per una giustizia sociale, che lo Stato non riusciva ad assicurare, in quelle contrade.

Così, la sera del 4 marzo 1976, mentre tornava a casa dal lavoro dei campi, due colpi di lupara alla schiena lo uccisero. A sfregio, fu impiccata anche la giumenta che stava cavalcando.
Dopo il funerale, vista l’assenza cronica dello Stato Italiano, il Partito Comunista organizzò una sottoscrizione per far curare suo figlio.

Anche se l’inchiesta non portò a nulla, era chiaro lo stampo di quell’omicidio, così come il movente: la mafia non consentiva a nessuno, nemmeno ad un onesto contadino, di mettere in dubbio il suo potere.
E due colpi di lupara alla schiena, come da manuale della vigliaccheria, furono il modo con cui la mafia rivendicò il suo potere di commettere soprusi.

Però, è bene ricordare che la schiena che colpirono, era ben diritta: era la schiena di un fiero cinquantenne siciliano, che come tanti non sopravvisse alla violenza, ma che resterà nella memoria di tutti quelli che sognano ancora di cambiare il proprio mondo.

Mario Guido Faloci

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