Lo sfruttamento dei piccoli siriani nelle fabbriche turche

Cerulli

Quello dello sfruttamento del lavoro minorile nelle fabbriche tessili ad opera, molto spesso, dei principali fornitori e partner delle grandi multinazionali dell’abbigliamento, è un fenomeno tristemente noto. Ed è tornato sotto i riflettori in questo ultimo anno dopo l’allarme lanciato da più organizzazioni umanitarie, come la Bhrrc (Business and Human Rights Resource Centre), la turca Hayata Destek o l’Unicef. Dallo scoppio della guerra civile in Siria, infatti, della marea umana che è scappata dal conflitto, la maggior parte si trova in Turchia, alle porte dell’Europa. Si parla, ad oggi, di circa 2,8 milioni di rifugiati, bloccati oramai senza alternativa nel Paese dai nuovi trattati con l’Ue. Di questi, più della metà sono minorenni, l’80% dei quali ha lasciato la scuola, secondo i dati Unicef. E proprio a loro sembra essere legata la speranza di sopravvivenza, perché maggiormente appetibili e assorbibili nel tessuto lavorativo. Più vulnerabili, meno costosi, più resistenti e malleabili. Dunque, facilmente sfruttabili.

Come riportato dalle inchieste del portale Arabian Business e dell’Indipendent, dopo essere scappati dalla guerra e dopo il nuovo trattato tra Ue e Turchia, che ha chiuso del tutto le porte d’accesso all’Europa, per molti rifugiati siriani vivere in Turchia è diventata l’unica opzione possibile, nonostante l’esiguo numero di lavori stabili e la scarsa possibilità di garantirsi un futuro.

L’enorme mondo turco dell’industria tessile, generalmente poco regolamentato, diviene così estremamente attraente per i siriani, sia che lavorino legalmente sia illegalmente, malgrado le paghe da fame, le condizioni pessime e gli estenuanti turni di lavoro. Soprattutto tra i siriani che non vivono nei campi per rifugiati e che non godono di alcun tipo di assistenza dallo Stato.

E la diretta conseguenza è lo sfruttamento del lavoro minorile tra i rifugiati siriani, con bambini tra i sette e i dieci anni che lavorano nelle fabbriche di scarpe e vestiti per più di dieci ore al giorno, guadagnando poco più di 100 euro al mese, molto meno del salario minimo turco che ammonta a circa 500.

Il punto è che, per molti di loro, lavorare nelle fabbriche di abbigliamento è l’unica scelta possibile. Dopo aver perso padri, zii e fratelli in guerra, ora si trovano ad essere loro i capofamiglia, costretti a guadagnare i soldi necessari a sostenere l’intera famiglia.

Il problema, la cui unica soluzione sembra essere proprio quella del lavoro nel tessile, nasce dal fatto che i siriani, bloccati in Turchia dall’accordo con l’UE, non hanno diritto a lavorare lì se non prima di avervi trascorso almeno sei mesi, periodo dopo il quale possono ottenere un permesso di lavoro che gli garantisca un salario minimo. Sempre, ovviamente, che trovino un’occupazione regolare.

di Simone Cerulli

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