Altro che Mafia Capitale: l’ombra di Cosa Nostra su Expo 2015

Salvo“Domani chiude Expo, dopodomani iniziano gli arresti”: questa è la frase che in forma ironica circolava sui social in data 30 ottobre, quando cioè mancava un solo giorno al termine della tanto chiacchierata fiera milanese. Una frase ironica, dicevamo, buttata lì un po’ a caso; eppure mai espressione fu più predittiva. Oggi infatti, a distanza di nove mesi, il cosiddetto “orgoglio italiano” (ma con pronuncia francese) è al centro del mirino, complice la collusione di undici persone che, sebbene estranee al circuito interno della fiera, avrebbero trasformato un evento culturale nel più losco giro d’affari dopo Mafia Capitale.
Le accuse vanno dall’associazione a delinquere fino al riciclaggio e alla frode fiscale. Con un’aggravante: si agiva per conto di Cosa Nostra, in particolare per il clan di Pietraperzia (a Enna) e quello di Castelvetrano (nel trapanese). Ovvero i “pizzinari” di Matteo Messina Denaro, detto “u secco”. E’ qui, è con questi nomi poco rassicuranti che i professionisti di primo rango del nostro panorama espositivo si sarebbero mescolati per tutelare i propri e gli altrui interessi, contribuendo così al ritorno in grande stile della mafia in Lombardia.
Sì, perché il clan Pietraperzia in particolare ha una storia lunga in terra lombarda, così lunga che nei primi anni ’80 si era specializzata in estorsioni, usura e riciclaggio. Tuttavia, erano ormai alcuni anni che l’organizzazione criminale siciliana sembrava superata dalle potentissime ‘ndrine calabresi, le prime tra l’altro a tentare di accaparrarsi la succulenta torta di Expo 2015 già nel lontano 2009.
Stando a quanto trapela dalle indagini, gli undici arrestati sono riconducibili ad alcune aziende alle quali erano stati assegnati appalti in vista della fiera. Senza entrare nello specifico, quattro sarebbero i padiglioni su cui le mani di Cosa Nostra avrebbero fatto man bassa: Francia, Quatar, Guinea Equatoriale e nel Palazzo Congressi. Il tutto consisteva nel creare un sistema di fatture false i cui fondi neri fruttavano denaro che poi veniva riciclato in Sicilia. Proprio in un camion diretto in terra sicula sono stati trovati 400mila euro in contanti, ma la Guardia di Finanza ha stimato affari per oltre cinque milioni di euro.
E così, quella che doveva essere “la fiera di cui andare fieri”, che ha vantato 21 milioni di visitatori in 184 giorni, altro non era che l’ennesima modalità per ricavare guadagno sporco. Ciò che desta maggiore scompiglio è l’assenza disarmante di controlli durante il periodo incriminato, tanto da postulare coinvolgimenti ben più radicati che avrebbero appoggiato la tregua mafiosa, non più sanguinaria come un tempo ma altrettanto riprovevole.

di Massimo Salvo

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