L’abbraccio del serpente

TavaniL’Amazonia è quella vasta, intricata estensione di foresta pluviale tropicale che si estende per 7 milioni di Kmq, partendo dalla zona più a nord dell’America Latina fino alla Bolivia e al Mato Grosso brasiliano. El Abrazo de la serpiente, del regista colombiano Ciro Guerra, si svolge nella zona della foresta al confine con la Colombia. Prende le mosse dai diari scritti in due diversi periodi da due scienziati esploratori: l’etnologo tedesco Theodor Koch-Grunberg e il botanico americano Richard Evans Schultes. Il primo nel 1909, il secondo nel 1940. Il film, attraverso i sottotitoli, si snoda anche attraverso cinque diverse lingue: amazonico, spagnolo, tedesco, portoghese, latino.

Da questa base reale l’autore mette in scena un river-movie, l’avventura fluviale di viaggio e d’incontro – tanto affascinante quanto drammatico – tra questi due etno ricercatori e lo sciamano Karamakate. Quest’ultimo vive volontariamente isolato da tutti, in una capanna nel fitto più intricato della foresta. Il film lo ritrae prima – nel 1909 – giovane, forte, dal corpo nudo nel perizoma, muscolarmente scolpito, un tutt’uno con la sensibilità stessa del fiume, delle piante, degli animali, della terra umida sotto i suoi piedi; poi nel 1940, anziano, sempre più solo dentro la stessa capanna, calvo, nudo ma un po’ ingrossato e offuscato nei ricordi della vita e dell’arte sciamanica. È diventato un doppio vuoto di se stesso, uno chullachaqui, come è chiamato nella foresta.

Così due volte, a distanza di trent’anni, il guaritore amazonico si trova a incontrarsi, mescolarsi, scontrasi con l’incarnazione della scienza e della cultura occidentale e a misurarne la tragica, inconciliabile distanza dalla sua. Per Karamakate sapienza suprema è essere in simbiosi totale con la foresta, conoscere, rispettare, interagire con le sue leggi per una reciproca cura e sopravvivenza. L’Occidente, all’opposto, ha stabilito con Francesco Bacone – a cavallo tra il 1500 e il 1600 – l’unico reale scopo che deve perseguire una scienza moderna: conoscere le leggi della natura per meglio sottometterla, dominarla, sfruttarla ai propri fini.

Nel suo secondo viaggio in canoa tra i corsi, le rapide fluviali, l’intrico della selva e gli insediamenti umani a ridosso delle sponde, Karamakate recupera via via il ricordo del primo – quello con l’etnologo tedesco – e nello stesso tempo gli si fa definitivamente chiaro il nocciolo drammatico, avvelenato del suo contrasto con quegli “uomini doppi” che cercano una pianta rarissima e per lui sacra – la yakruna – dai poteri curativi straordinari. Dagli alberi che crescono vicino a essa sgorga un caucciù purissimo, di qualità ineguagliabile. Il percorso fluviale è anche un viaggio a ritroso nella storia di violenza, sopruso, sterminio, sottomissione brutale degli indigeni da parte dei colonizzatori colombiani, depredatori del prezioso caucciù amazonico. Sterminio umano, genocidio culturale e antropologico imposto tanto dalla spada e dai fucili, quanto dalla croce e dal saio religioso al loro seguito. La stessa rete di sciamani guaritori una volta sparsa per tutta la foresta è stata annientata. Karamakate è l’ultimo sopravvissuto, per questo vive volontariamente nel più totale isolamento.

Pur in un nitido bianco e nero – il colore fotografico della realtà – si sente qui l’eco di altri grandi film amazonici, come Aguirre, furore di dio e Fitzcarraldo di Herzog, con la differenza che il punto di vista qui è quello dell’indigeno e non del bianco. C’è anche però sia Apocalypse Now di Coppola che il suo riferimento letterario Cuore di tenebra di Conrad, nell’esito di un sincretismo religioso follo che Karamakate rincontra tra i ragazzini – ora adulti – incontrati nel viaggio di trent’anni prima, sottomessi allo stupro culturale e alle sanguinose frustate sulla schiena impartite loro dai frati in una missione cattolica lungo il fiume.

Il vecchio sciamano accetta però la sfida drammatica dell’abbraccio del serpente, ossia con la visione malata del suo secondo accompagnatore, l’etno botanico americano Richard Evans Schultes. Karamakate cerca l’uomo in lui, fuori dal suo doppio violento e profittatore. In una forte sequenza onirica che richiama 2001: Odissea nello spazio di Kubrik, non solo il personaggio del ricercatore ma soprattutto noi, spettatori occidentali, siamo colti dalla visione improvvisa del giaguaro che guarda tutta la foresta nel buio dentro di noi. Il nobile sguardo della fiera che libera dal serpente e restituisce la visione originaria dell’Universo.

Il film è stato candidato agli Oscar 2016 come Miglior Film Straniero.

di Riccardo Tavani

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