Satira terremotata

La notizia del momento è che il sindaco di Amatrice ha querelato Charlie Hebdo per le vignette “satiriche” sulle vittime del terremoto.
È sempre difficile querelare chi fa satira: si rischia di apparire come nemici della libertà di satira che, ovviamente, è sacra, perché espressione, comunque, di una più generale libertà. Una censura, anche se in sede giudiziaria, non è mai una bella cosa. Nonostante il cattivo gusto. Nonostante il disgusto.
Se le cose fossero in questi termini, bisognerebbe dire che la querela è inopportuna: non si dovrebbe rinunciare alla libertà per il dolore, per quanto grande esso sia.
Ma a me sembra il caso di guardare più a fondo in questo maledetto caso. Prima di tutto cercando di capire se di satira si tratta.
Per prima cosa, la ragion d’essere della satira, il motivo per il quale la sua libertà è inviolabile, è che la satira colpisce i potenti, altrimenti satira non è più.
Per esempio, quando si tributava il trionfo ad un vittorioso condottiero dell’antica Roma, era costume che qualcuno lo prendesse in giro, proprio mentre sfilava tra la folla plaudente, mettendone alla berlina difetti e debolezze. Bisognava evitare che si montasse la testa, bisognava ricordargli la sua umanità. Ma è ancora satira quella che ridicolizza le vittime e la gente comune? Se voglio far satira – sempre per esempio – sul daesh, posso mettere in caricatura qualche sedicente califfo, qualche capo di governo che li ha armati, ma non certo le vittime sotto le macerie di Aleppo.
Tanto meno le vittime del terrorismo che al califfato si ispira.
Altra caratteristica della satira è che susciti il riso, anche se amaro. Il riso è l’arma della ragione contro il potere.
Ma c’è qualcuno che ha riso di queste vignette? A me non risulta; comunque, se qualcuno ha riso si faccia avanti. Basterebbe una piccola percentuale di lettori. È stato anche detto che le vignette non sono state capite. Ma che satira è, se non è immediatamente comprensibile? Dare un messaggio comprensibile, capace di suscitare un sorriso, è compito del vignettista satirico, non è certo responsabilità del lettore.
Alla fine, tiriamo le somme: se non colpisce i potenti, se non fa ridere, se non si capisce, se irride alle vittime e non ai carnefici, forse, allora, non è satira.
Ma allora che cos’è?
Secondo me è idiozia pura. Non gliene faccio una colpa, saranno ancora sotto shock, con tutto quello che hanno passato! Anche loro, in un certo senso, sono un po’ terremotati.
(N. B.: questa è una battuta satirica e non accetto censure!)
Sempre che, sotto sotto, non ci sia una qualche vena di sciovinismo, un po’ di serpeggiante razzismo: un cliché sugli italiani, che è duro a morire.

di Cesare Pirozzi

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