I poveri sono silenziosi

Patrizia Vindigni

I poveri sono silenziosi. I loro volti sono conosciuti nei centri in cui si dona un pasto gratuitamente, una coperta o un vestito usato, nei centri in cui, nelle notti fredde, si rifugiano vagabondi e gente rimasta senza un tetto sopra la testa. Sono volti anonimi, corpi che hanno l’odore della strada percorsa, del lavoro occasionale, che desiderano un luogo in cui abbandonarsi al sogno, con la speranza di recuperare la dignità negata. A volte sono ex mariti, che non riescono a pagarsi una casa, ma che continuano a lavorare perché senza quella fonte di reddito la loro situazione degraderebbe. A volte sono disoccupati, giovani e meno giovani, in cerca di un posto nel meccanismo perverso di una società che ormai conta l’enorme cifra di oltre quattro milioni di disoccupati.
Le statistiche raccontano che sono sotto la soglia della povertà, in condizioni di difficoltà, molti giovani, più di un milione, tra i 18 e i 34 anni, e molte famiglie che, nel mezzogiorno, raggiungono la quota di quattro famiglie su dieci.
Sono numeri alti, che, se anche si volesse ipotizzare l’esistenza di redditi non dichiarati, dimostrano che tanta, troppa gente non solo non arriva a fine mese, ma non ha proprio un reddito mensile sul quale contare.
E’ aumentato, nel totale, il numero delle persone povere. La povertà incide sempre di più nell’ambito delle famiglie numerose ed aumenta anche nel Nord Italia, colpendo fasce di età superiori ai 40 anni.
I numeri raccontano storie di vita senza rumore. I volti di queste persone sono quelli dei nostri vicini, di chi perde il lavoro, di chi per lavorare ha accettato condizioni di sfruttamento, di chi, a un certo punto, con quanto guadagna, non riesce a pagare acqua, luce, gas, condominio. In fondo sono i nostri volti, perché da loro ci separa la speranza che l’azienda per la quale lavoriamo regga il difficile (lunghissimo) momento di crisi, un lavoro che ogni giorno diventa meno sicuro, un lavoro al quale molti non hanno ancora avuto accesso. Un lavoro che, se perso a cinquant’anni, è un’occasione che nessuno ti vuole più dare, perché su un cinquantenne le imprese non sono interessate ad investire.
A volte questi poveri muoiono uccisi dalla loro indigenza, dal freddo, dalla fame, dalla disperazione. Di loro si leggono due parole in un trafiletto sul giornale. Le statistiche li includeranno tra quei poveri che non ce l’hanno fatta.
di Patrizia Vindigni

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