Il treno del futuro si è scontrato a Eboli

shapeimage_25Il futuro è una terra di conquista, un sogno da colonizzare, un deserto all’orizzonte di baluginanti miraggi e oasi danzanti su esotiche scale musicali. Il referendum era il flauto magico nel quale insufflare l’incanto che ci rapisce al transito, anzi, al ratto tra le dune riarse del passato verso il ristoro del futuro. Tanto sicuro il pifferaio da profetizzare un suo definitivo abbandono d’ogni partito e spartito di musica per topi. Cos’è successo allora? Perché proprio il futuro spezza lo strumento fatato e il canto ai granelli di sabbia del profeta?

L’81% di chi il futuro ce l’ha addosso, nelle vene, nella pelle, nella voce, nelle parole, ossia i giovani dice NO all’incantesimo. Questa avversione attraversa anche tutte le varie gradazioni di titoli e studi, dalla licenza elementare alla laurea. Si deve aggiungere che persino una buona metà di chi forma i giovani, ossia gli insegnanti, si è legata all’albero della nave come Ulisse e ha resistito alle lusinghe di bonus e tintinnare di monete sul ponte della “buona scuola”. Non a caso l’unica titolare di Ministero fatta saltare dal neo premier Gentiloni è proprio quella della Pubblica Istruzione.

Il futuro è però anche il luogo dove esso si è fermato, non accade mai, non arriva più. Non Cristo ma il futuro si è fermato a Eboli, per parafrasare il titolo del famoso romanzo di Carlo Levi. Parliamo del meridione geografico e di quella sua proiezione tanto materiale quanto simbolica che è la condizione perenne del disoccupato, sott’occupato, per niente pagato, naufragato, indebitato, stuprato nei sogni, nelle speranze, nelle possibilità con l’immondizia dei voucher. Per questa condizione il treno diretto al futuro, non fosse bloccato, dovrebbe andare in tutt’altra direzione da quella verso cui marciava ad alta velocità la riforma costituzionale governativa. Giovani, precari, meridionali sono quelli che hanno più acutamente percepito che il futuro verso cui volevano trasportarli non era altro che la definitiva sanzione legislativa, addirittura costituzionale di una repubblica fondata sulla loro permanente precarietà, flessibilità, insicurezza, assenza di redditi e diritti. Questo a fronte di un diffuso sapere scientifico, tecnico, culturale in genere, incapsulato in ogni loro pur minima prestazione lavorativa, che viene completamente disconosciuto e dunque derubato. Anche per questo essi non hanno creduto agli annunci suadenti e insieme minacciosi degli altoparlanti in stazione, non si sono allontanati dalla linea gialla, non hanno rimosso dai binari i carri merci del loro lungo e malconcio convoglio: lo scontro frontale con il futuro della loro resa incondizionata era inevitabile. Il nuovo governo Gentiloni tenta ora rimette sui binari una sbuffante quanto pomposa locomotiva d’epoca, il Ministero per la coesione territoriale e il Mezzogiorno e c’è solo da sperare che non sia alimentata ancora a clientelare, pestilenziale carbon fossile come una volta.

La percentuale dei votanti e la massa sociale del NO è stata tale da costituire davvero un fondamento costituzionale e repubblicano. La confluenza di diversi, dispersi e anche deboli apporti si è all’improvviso vista – a risultato finale – “come dal di fuori di sé”, nella forma concreta di una poderosa pressione collettiva. Un fondamento in grado di “fondere” in un che di omogeneo la materiale “accozzaglia” di spinte e motivazioni prima separate.

Come da tempo previsto e qui scritto, le forze parlamentari contrarie alla riforma governativa si sono immediatamente messe in movimento per ergersi a rappresentanti di tale vasto, massivo pronunciamento. Eppure se una cosa esso manda a dire è proprio un tellurico ammonimento a smetterla di giocare con il fuoco di tanto diffuso dramma umano e sociale. Ma no, continueremo invece ad assistere al tentativo di imbrigliamento e imbavagliamento della forza così originariamente manifestatasi. Si tenterà di ricondurla dentro canali e modi di comunicazione preordinati da altri speakers ma dietro gli stessi impianti di amplificazione lungo le banchine delle medesime stazioni. Di toglierle voce e parole autentiche, per “schedularle” addosso un diverso orario e tragitto ferroviario che la riconduca però sempre dove voleva destinarla la appena deragliata riforma: alla sottomissione completa al potere tecno-finanziario globale. Si farà, si sta già facendo, si tenterà di tutto per riuscirvi, perché altro non saprebbe neanche fare la cultura e l’economia politica dominanti.

Inutile farsi illusioni su ciò che con maggiore evidenza emerge dal piano d’osservazione che più ora ci riempie lo sguardo in tale quadro. Né si può realisticamente pensare che l’espressione referendaria sia in grado di configurare subito e da sola linee e stazioni verso una destinazione di maggiore giustizia. Eppure lo sfondo più retrostante, inosservato, è pervaso ora di un alone tenue ma tenace di nuova luce. Uno sfondo che può prendere risalto, fino a risalire in primo piano, offuscando il resto, se si è intanto capaci di uno sguardo che si pone esso stesso quale primo atto di una costituzione che abbia a suo fondamento non più il dominio dell’umano sul resto della natura ma l’alleanza con essa.

di Riccardo Tavani

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