Intervista ad uno sconosciuto

A Piazzale Flaminio, Roma, la gente sfreccia tra Piazza del Popolo e la metropolitana. È il 23 dicembre, le buste sono piene di regali appena fatti. Sono arrivato troppo in anticipo per il treno così aspetto seduto su panchina.
Si avvicina un uomo. Magro, stempiato, sulla quarantina, vestito in tuta. Mi dà del lei sebbene possa essere mio padre. Mi parla in italiano perfetto, senza calate dialettali. “Salve ha qualche spiccio? Mi serve per mangiare”. Ho un cartone di pizza, gliene offro un pezzo. Si siede, mi ringrazia, inizia a mangiare.
“Molto buona. Penso che l’ultima pizza così buona che ho mangiato sia quella di mia madre. In genere a cena vado alla Caritas, a pranzo se riesco con qualche spiccio entro in qualche pizzeria o prendo un panino. A volte vado a De Lollis, alla mensa universitaria. In genere dopo le 3, quando gli studenti ormai non vanno più e le cose cucinate andrebbero buttate”.
Ci vado anche io, non si mangia male.
“Sei studente? Anche mio figlio, credo vada anche lui a La Sapienza. Ma non ne sono sicuro. Non lo vedo da un po’. Anche io ho studiato all’università”.
Cosa hai studiato?
“Economia e commercio. Ora tu mi vedi così ma io ho lavorato in banca eh. Ne ho visti passare di soldi. Sia di clienti che miei, sia chiaro. Poi sono successe un po’ di cose”.
Se le va di raccontarmi, non si faccia problemi.
“Non è questione di farmi problemi. È questione che ci pensi tutti i giorni, ma un conto sono i pensieri, un conto le parole. Ero sposato, avevo una casa. Poi mia madre è morta, ho passato dei momenti difficili, sono caduto in depressione. Mia moglie dopo due anni ha chiesto la separazione, mio figlio era ancora piccolo. E così è andata, sono senza casa e senza lavoro. Ma giusto il tempo di riprendermi eh, poi cerco qualcosa”.
Non so che dire, così la domanda me la fa lui. “Sei andato a fare i regali?”. È una domanda semplice. Lì intorno tutti stanno andando a comprare qualcosa o tornano da qualche negozio. Fino a qualche minuto prima mi stavo lamentando del libro che non avevo trovato o del profumo che mi era costato troppo. Forse capisce il mio imbarazzo e allora riprende a parlare lui. “Quando ero piccolo io non eravamo né ricchi né poveri. Però ricordo bene che ad ogni Natale il regalo era lo stesso. Un pallone da calcio. Durava fino a febbraio, marzo. Poi spariva. Mamma mi diceva che si era bucato e che l’aveva dovuto buttare. Poi a Natale di nuovo compariva. Io nel frattempo mi ero dimenticato, ogni volta era troppo bello”.
Sorride, sincero. Mi rendo conto di non avergli chiesto neanche come si chiama e penso che avrei voluto sapere altre cose. Dove lavorava, dove viveva, come ha conosciuto sua moglie, come si chiama suo figlio, come passava le giornate, cosa avrebbe fatto a Natale.
Si alza, mi dà la mano e si guarda intorno. “Grazie per la pizza, hai anche qualche spiccio? Mi serve per il dormitorio”.

di Lamberto Rinaldi

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