La forza di combattere di Joan

Joan Mulholland era una bella, giovane ragazza bianca (in questo caso il colore della pelle va sottolineato) che, a soli 19 anni, decise di lottare contro il razzismo imperante del tempo. Nata nel 1941 diventò ben presto una Freedom riders, una viaggiatrice in libertà. Percorreva, cioè, alcune tratte del Sud degli Usa viaggiando con persone di colore. I Freedom riders erano uomini e donne, di solito afroamericani, che salivano su autobus destinati ai bianchi per far valere il risultato di alcune sentenze che avevano giudicato incostituzionale la segregazione razziale.

Nata per lottare, nonostante il suo arresto nel 1961, Joan Mulholland non desistette mai dal suo intento. Era tenace, forte, caparbia. Credeva nell’uguaglianza tra le genti e voleva ottenere giustizia ed equiparazione.

Non era facile vivere negli Usa del tempo proclamandosi a fianco degli uomini di colore. Il Ku Klux Klan era una realtà alla quale nemmeno Joan riuscì a sottrarsi. Diventò lei stessa una figura da minacciare e da perseguitare, doppiamente traditrice perché nata bianca.

Era talmente assurdo che una bianca potesse lottare per i diritti dei neri che, quando fu arrestata durante uno dei sit-in a cui partecipò, le fecero un test per verificare se fosse mentalmente sana. La sua determinazione era in netto contrasto con l’atteggiamento e l’educazione materna. La madre era infatti una sostenitrice decisa della segregazione razziale e tentò in tutti i modi possibili di orientare la figlia affinché non si avvicinasse a quella fetta di mondo, degna, ai suoi occhi, solo di essere sottomessa al popolo dei bianchi. I rischi che correva la figlia, a causa della sua scelta di vita, erano in ogni caso molti. Rischiò più volte di essere picchiata, sicuramente spesso fu insultata, considerata una “bianca negra”, ripudiata da parte di molti, odiata.

Grazie alla sua scelta Joan ebbe l’opportunità di incontrare al Tougalo college M. Luther king jr, Ed King, Anne Moody. Nella sua qualità di Freedom Rider trovò accoglienza in un college che era diventato un punto di riferimento per tutti coloro i quali volevano battersi per diritti fondamentali, tra mille difficoltà, limiti, ingiustizie. In quel college si ebbero importanti momenti di discussione, di presa di coscienza, di organizzazione di nuove battaglie.

Joan Mulholland non si tirò mai indietro, nemmeno quando fu detenuta al Parchman penitentiary, dove fu spogliata, perquisita, trattenuta con altre donne, per due mesi, nel braccio della morte di un istituto di detenzione tra i più severi.

Nel 1963 prese parte alla marcia su Washington per la libertà e il lavoro, al fianco di Ed King e di Anne Moody. Pochi giorni dopo la marcia vi fu un attentato del K.K.K. a Birmingham in Alabama, che causò diversi feriti e la morte di quattro innocenti bambini. Di quell’attentato Joan portò con sé, per anni, una scheggia di vetro, raccolta dopo l’attentato, che attaccò su un pezzo di legno scuro, trasformandola in una collana, a ricordo di tanto umano e doloroso strazio.

La sua lotta non si è esaurita ancora oggi. La donna Joan, infatti, a settantacinque anni ha creato una fondazione, seguita anche dalla figlia, con la quale si propone di far conoscere la sua storia e il perché delle sue battaglie ai giovani nelle scuole, affinchè sempre se ne conservi la memoria, trasformando, si spera per sempre, questa società ancora troppo nutrita di razzismi.

di Patrizia Vindigni

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