Peppino: la voce della ribellione

C’è stato un tempo in cui il mondo era diviso in comunità, si cresceva a pane e ideologia, tra emancipazione e motti del Che e le persone si distinguevano tra chi votava democrazia cristiana e chi preferiva quella proletaria: il mondo funzionava al contrario e per esprimere la propria ribellione si occupavano sedi radio, rendendole libere.

Un giorno a Cinisi, in provincia di Palermo, nacque Radio Aut, un “giornale di controinformazione radiodiffuso”: a fondarlo fu Peppino Impastato, vittima di mafia.

Giuseppe Impastato nacque a Cinisi il 5 gennaio 1948, da Luigi e Felicia Bartolotta: il padre era a capo di un clan minore della zona e sua zia sposò niente meno che un capo mafioso, Cesare Manzella. Quest’ultimo sarà ucciso nella prima guerra di mafia, nel 1963, decretando l’ascesa al potere di Badalamenti Gaetano,la mente che progettò l’omicidio Impastato.

Peppino stesso confessò di essersi avvicinato alla politica su “basi puramente emozionali, a partire dall’esigenza di reagire ad una condizione familiare insostenibile”: tra 1967 e 1969, milita nel PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria), per poi scoprire Lotta Continua nel 1972.

Nel 1975 da vita al “Circolo Musica e Cultura”, un ottimo punto di riferimento per la comunità giovanile di Cinisi: progressivamente i ragazzi si organizzano in collettivi diversi, dirottando così l’intero gruppo su idee della sinistra rivoluzionaria. Nel tentativo di andare oltre queste posizione estremiste, nel 1977 Peppino fonda Radio Aut.

In quel fascio di onde, viaggiando su frequenze prima silenziose, la voce di Peppino si amplificò, invadendo le case, le menti e gli occhi, di tutta Cinisi: con la piena consapevolezza di non voler più chinare il capo, quel ragazzo di trent’anni, raccontava del suo paese, di una commissione di “famiglie indiane”, guidate dal Grande Capo, Tano Seduto, appellativo dispregiativo rivolto al boss Badalamenti, e Geronimo Stefanini, il sindaco del villaggio di Mafiopoli. Una parodia dal retrogusto amaro diceva quotidianamente la verità, a poca distanza dai palazzi del potere illecito.

Peppino non aveva paura e voleva solo gridare che “la mafia è una montagna di merda”.

Con questa stessa voglia di lottare, di cambiare e di non soccombere, Impastato si candidò alle elezioni comunali del ’78.

Non saprà mai che gli elettori di Cinisi continuarono a votarlo, facendolo eleggere simbolicamente nel Consiglio Comunale: fu assassinato la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, con il suo corpo adagiato sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani, complici 5 kg di tritolo. Di lui, furono ritrovati solo una mano e un piede.

Inspiegabilmente le prime indagini si barcamenarono tra un attacco terroristico, consumato dallo stesso Impastato, e un “suicidio eclatante”: si iniziò a perseguire una pista mafiosa solo quando Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe, e Felicia, si dissociarono pubblicamente dalla parte mafiosa della famiglia.

Più e più volte la famiglia d’origine fu costretta a scuotere le molli membra di una parte della giustizia italiana, che preferisce assecondare piuttosto che vedere: nonostante due archiviazioni del caso, nel 1984 e nel 1992, le confessioni del collaboratore, Salvatore Palazzolo, indicarono Badalamenti come mandante e Vito Palazzolo come suo vice.

“Tano seduto” ricevette una condanna all’ergastolo per il caso Impastato nel 2002, mentre era chiuso in un carcere del Tennessee: desiderava morire in Italia e invece trovò la fine in un carcere a Devens, nel Massachusetts, il 29 aprile 2004. Mamma Felicia morì il 7 dicembre dello stesso anno.

Oggi la casa di Badalamenti è tornata ad essere di pubblico dominio, ed è la sede del “Centro Impastato”.

Sai contare?

Sai camminare?

Sai contare e camminare insieme?

E allora 1,2,3,4,5,10…100 passi.

di Irene Tinero

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