“Siamo sempre aperti, domeniche e festivi…”

Le aperture domenicali nel Commercio

La protesta dei dipendenti del Serravalle Outlet, per il dover lavorare i giorni di pasqua e di pasquetta, ha aperto un dibattito sul fatto se sia giusta o meno l’incondizionata apertura dei negozi. Col “Decreto salva-Italia” di Monti, il settore del Commercio è diventato terra di nessuno, perché dopo di questo la liberalizzazione delle aperture ha praticamente perso ogni forma di controllo e, il conseguente rilancio dei consumi, è naufragato nell’opposizione delle lobby del professionismo e nella predisposizione dell’imprenditoria italiana ad arraffare senza pagare alcun conto. Là dove prima c’erano chiusure inderogabili dei punti vendita, oggi si è giunta anche all’apertura “H24 per 365 giorni l’anno”. Conseguenze di un maggiore servizio al cittadino, sono stati i nuovi disagi ai dipendenti, perché la società non è impostata per chi lavori nei giorni festivi: esempio il trasporto pubblico (giustamente) a regime ridotto, che spesso obbliga al ricorso al più costoso mezzo proprio per recarsi al lavoro.
Se nelle imprese famigliari la deregulation porta a dover scegliere se perdere parte di clienti, o trasformare il lavoro in una vera e propria “schiavitù” (perdendo il diritto a riposi, ferie), nella GDO la mancanza di vincoli alle aperture, ha portato le Aziende, che non rinunciano a restare aperte per motivi di concorrenza, ad interpretare le norme in modo da non pagare la straordinarietà del lavoro festivo (ma solo le basse maggiorazioni): il suo dipendente-tipo (donna part-time con figli) attraverso questo tipo d’impiego dovrebbe dare un sostegno all’economia famigliare; però oggi, tra l’uso di mezzi autonomi e il dover supplire ai giorni di chiusura delle scuole con babysitter private, il loro lavoro diventa motivo di sacrifici senza reali benefici. Inoltre, quando subentrino crisi aziendali, eventuali riduzioni di orario lavorativo (e di stipendio) fan sì che a molte convenga rinunciare al lavoro, tanto più che la prospettiva di una pensione minima irrisoria, non compensa le difficoltà immediate e verrà preferito un minore impegno lavorativo in nero, a pari retribuzione. Ciò impoverirà anche il gettito fiscale e previdenziale, innescando un circolo vizioso in cui non ci guadagnerà né lo Stato, né il lavoratore; però, a ben pensarci, alla lunga non ci guadagnerà nemmeno l’imprenditore, perché nell’impoverimento sociale, i consumi si riducono ancor più. Inoltre, dal punto di vista macroeconomico, soprattutto in momenti di crisi, la moltiplicazione dei giorni di apertura invece che aumentare gli acquisti (pressoché inalterati, ma solo suddivisi in più giorni), fanno solo aumentare i costi. A fronte della liberalizzazione delle aperture, lo Stato avrebbe dovuto porre obblighi d’impiego proporzionale all’aumento del monte-ore lavorate, così immettendo denaro privato nel mondo produttivo, con una conseguente nuova spinta ai consumi. Ciò non è stato fatto e, oltre a non dare alcun impulso all’economia, in questo modo si sono solo aumentati il disagio e lo sfruttamento dei lavoratori e, cosa non secondaria, la procurata assenza da parte dei genitori, può aver comportato in vari casi, disagi e conseguenze educative ed evolutive negative, nei futuri cittadini…
Chi, dal di fuori, dica che nel mondo moderno questa debba essere la nuova normalità, può sembrare ipocrita se affermi questo nella certezza che ciò non li riguardi: quanti impiegati di attività non-essenziali, sarebbero disposti a lavorare i giorni festivi? Come reagirebbero se tutti i posti di lavoro fossero obbligatoriamente sempre aperti? A chi parli di necessarietà moderna di tale deregulation, si può rispondere che forse è solo una questione di sapersi organizzare e fare le spese negli altri giorni, come si è fatto per decenni. In tale dibattito, sarebbe bene interrogarsi quanto una società perennemente di corsa, senza momenti di pausa (non solo religiosa), non sia destinata a perdere una parte della sua identità, una parte della sua umanità.
Quanto a quei lavoratori dei servizi quelli sì “essenziali”, che non possono chiudere mai (sanità, sicurezza, energia, trasporti), sarebbe giusto rendere loro merito, economicamente e non solo, per il proprio sacrificio. Di loro non se ne parla mai, ma silenziosamente tengono in piedi il nostro paese.

di L’Etranger

Print Friendly, PDF & Email