La detenzione della ricchezza è nelle mani di pochi. Occorre scegliere

“Un concetto molto diffuso è quello secondo il quale coloro che detengono maggiore ricchezza meritano la loro posizione perché ce l’hanno fatta da soli, con i loro sforzi. In realtà, nessuno si è fatto veramente da solo, ognuno di noi dipende da una società funzionante. Al top della ricchezza non ci sono coloro che trasformano la nostra società o la nostra conoscenza. Non c’è chi scopre il DNA o inventa il transistor. Piuttosto si tratta, per la maggior parte, di un gruppo di persone molto brave ad accaparrarsi una fetta maggiore della torta, piuttosto che a rendere la torta più grande.” Le parole del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz descrivono uno dei tanti miti che circondano il concetto di disuguaglianza.

Sotto questo aspetto, nella sua relazione annuale, l’Istat ha descritto per l’Italia un quadro patologico preoccupante. La capacità redistributiva nel nostro paese è tra le più basse in Europa e negli ultimi anni la situazione relativa è anche peggiorata. Per capacità redistributiva si intende l’efficienza del sistema fiscale e dei contributi statali. Sempre l’Istat ci dice che le famiglie ricche in Italia possono permettersi una spesa per consumi più che doppia di quella delle famiglie più povere.
Una condizione di grande disparità di reddito non ha solo conseguenze sul piano morale. Con l’aumentare del divario economico aumenta anche la criminalità. L’accesso all’istruzione e alla sanità si restringe per i più poveri. Anzi, a volte si chiude. Proprio negli ultimi giorni il Censis ha pubblicato uno studio in cui viene mostrato come ormai più di 12 milioni di italiani rinunci alle cure mediche per motivi economici. Si allarga la spesa sanitaria privata, che è ancora meno accessibile di quella pubblica per le fasce più povere della società.
Minore istruzione e cure mediche peggiori a loro volta danneggiano la condizione della forza lavoro e riducono la produttività, come un cane che si morde la coda.

La problematica è diffusa anche in altri paesi avanzati. Anche paesi come Gran Bretagna e Stati Uniti hanno visto allargarsi la loro forbice sociale. Eppure le stesse dinamiche appaiono invertite in paesi come Francia, Finlandia e Germania, dove le disuguaglianze sono addirittura diminuite durante gli anni della crisi. Questo dimostra che l’aumento del divario tra ricchi e poveri non è una prerogativa ineluttabile del capitalismo ma, bensì, il risultato di chiare scelte politiche. Per quanto riguarda l’Italia, anche di non-scelte. Mentre gli altri paesi europei stanno cercando la giusta combinazione di salario minimo e di sussidi statali, nella politica italiana il dibattito a riguardo è inesistente.
Negli ultimi anni si è cercato di trovare soluzioni temporanee. Eppure i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro sono di natura strutturale, basti pensare al numero di posti persi per colpa della robotizzazione. Problemi di questo tipo necessitano di soluzioni coraggiose e di lungo periodo.

di Pierfrancesco Zinilli

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