La nuova schiavitù e le morti sul lavoro

”Il lavoro nobilita l’uomo”, ma della nobiltà di chi sia sfruttato, sulle riviste patinate dei gossip non c’è traccia: del principino che vada a scuola per il primo giorno, si riempiono di foto i tabloid, ma dell’extracomunitario che lavori una decina di ore al giorno nei campi, per 5 euro l’ora, difficilmente si trovano anche poche righe. Forse perché il nostro egoismo porta a disinteressarci che pur di lavorare in regola, quindi coi requisiti per il permesso di soggiorno, molti esseri umani accettino di essere pagati la metà del dovuto: se l’insalata non costa troppo, se i pomodori sono ad un prezzo conveniente, se ci si può permettere di prendere di più…non interessa chi paghi con lo sfruttamento, il nostro scarso potere d’acquisto. Paradossalmente, le leggi che dovrebbero essere il simbolo di un rapporto lavorativo regolato e tutelato, diventano strumento per i soliti abusi, per i consueti ricatti: per vivere nel nostro paese, con dignità e in regola, occorre un lavoro certificato, ma proprio la sua importanza fa sì che certi imprenditori lo usino per fare accettare “condizioni non scritte”, in cui il lavoro venga raddoppiato a parità di paga, in cui la dignità di chi lavori venga calpestata. E se questo si riesce facilmente ad immaginare per gli stagionali nei campi, non altrettanto si riesce con gli altri tipi di lavoro. E non c’è solo lo sfruttamento economico, ma anche il baratto di orari assurdi, di condizioni lavorative rischiose, pur di restare legati al mondo produttivo, pur di esistere ancora come lavoratori. I sette morti della linea 5 della Thyssenkrupp di Torino del 2006 ne sono un esempio: consci della condizione precaria della loro occupazione, pur di lavorare ancora, facevano turni anche di dodici ore (!), senza adeguate misure di sicurezza, nella totale consapevolezza dei rischi.
Undici anni dopo, in Italia ancora si muore per superlavoro e per le condizioni di sicurezza, vittime del ricatto antico (ma sempre attuale), di dover accettare il rischio e lo sfruttamento, per poter lavorare e quindi per poter vivere. Con le dovute cautele, sembra di rivedere in chiave moderna, l’ingiurioso sberleffo della scritta che troneggiava sul cancello di Auschwitz: “arbeit macht frei” (=il lavoro rende liberi). Ma non è mai stato così (e non solo nel terzo reich) ed oggi il ricatto del lavoro è la nuova schiavitù. Ma non basta guardare al basso numero di denunce (non fatte pur di poter lavorare anche in futuro), per dire che tutto vada bene.
Secondo i dati INAIL, a fine luglio in Italia i morti sul lavoro sono stati 591, ben 29 decessi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche se questo aumento equivale praticamente alle tragedie di Rigopiano e Campo Felice, questo dato non è in nessun caso positivo, visto che gli infortuni mortali in Italia sono comunque troppi. Nello stesso periodo, gli infortuni sul lavoro, invece, sono state 380236, ben 4750 in più dell’anno precedente, cifre indegne di un paese come il nostro. E’ sconcertante come questi tristi incrementi, siano avvenuti principalmente nel produttivo nord, soprattutto nell’industria e nel terziario, zona del paese e settori in cui i controlli sono più attenti. E, parimenti, è alquanto strano che i dati siano migliorativi siano soprattutto al sud, in settori come quello agricolo, realtà in cui sia più difficile la vigilanza delle autorità.
Probabilmente l’aumento dei dati della vergogna, sono il segno che il paese è in ripresa e che la crescita economica esige il suo prezzo. E, altrettanto probabilmente, i dati migliorativi siano segno della debolezza dei lavoratori, di certe aree e di certe realtà, siano il segno della loro precarietà, della loro debolezza, della loro ricattabilità.
Nel nostro paese, il lavoro non rende liberi e così come non è più un diritto, non è più nemmeno il primo requisito di dignità e libertà, dell’individuo.

di Mario Guido Faloci

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