La questione ILVA 2017

Le conseguenze per i lavoratori delle ex industrie di Stato

Negli anni ’70 e ’80, gli economisti ancora plaudivano all’interventismo economico dello Stato, in qualità di “padrone” di banche e gruppi industriali. Poi, quando i nodi vennero al pettine e molte partecipazioni industriali e finanziarie, risultarono improduttive se non addirittura una voce fortemente passiva dei conti pubblici, per molte di queste venne il tempo della loro privatizzazione. Applausi e brindisi, per il rilancio di queste aziende attraverso la competitività privata, per il guadagno dello Stato che non doveva più accollarsene i passivi. Ma a distanza di anni, cosa rimane di quella scelta?

L’esempio dell’Ilva (coi suoi nomi e assetti differenti, Finsider, Italsider, Nuova Ilva, passata attraverso acquisizioni, parcellizzazioni, dismissioni…) può essere emblematica: dopo l’acquisizione del 1995 da parte del gruppo Riva, a seguito d’inchieste per grave disastro ambientale, venne commissariata avviando le necessarie bonifiche e una gara internazionale per la sua riassegnazione. Tale riassegnazione, oggi, ha portato alla sua acquisizione da parte della cordata, formata dalla ArcelorMittal (maggior gruppo mondiale della siderurgia, con a capo il magnate indiano Lakshmi Mittal) e dalla Marcegaglia S.p.A. (storico gruppo italiano, del settore). E, come dopo ogni “passaggio di mano”, anche la nuova proprietà ha proposto il suo nuovo piano industriale, fatto di ottimizzazioni, di sinergie industriali, di tagli e di richieste di qualche forma di sostegno da parte dello Stato, arbitro della vertenza tra gli industriali e i rappresentanti dei lavoratori.

Dopo che per anni sono stati avvelenati dai proprietari pubblici e privati (che hanno agito non proprio limpidamente nei loro confronti), poi commissariati (anche) per evitare la perdita del lavoro, ecco che con il nuovo padrone si sarebbe dovuta imprimere una svolta positiva per loro e l’azienda per cui lavorano. Ma le richieste avanzate dalla ArcelorMittal-Marcegaglia, si sono rivelate la solita ricetta di tagli. Anzi no, non è esatto: con la consueta riduzione di personale, è stata richiesta una rivisitazione delle retribuzioni e soprattutto delle tutele legali, attraverso una pretesa di licenziamento e riassunzione, per far applicare le “tutele crescenti” previste dal job act, per le nuove assunzioni, dimostrando (se mai ce ne fosse stato bisogno) l’effetto peggiorativo sullo status dei nuovi occupati, rispetto alla legislazione preesistente.

Ovviamente, si sono avute le opposizioni dei sindacati (uniti, ma con una serie di sfumature, all’interno del fronte) ed altrettanto ovviamente (dato il clima di perenne campagna elettorale, del paese), anche il Governo ha alzato la voce per il mancato rispetto degli impegni presi al momento dell’acquisizione dell’Azienda, così come le opposizioni sono insorte, preparandosi ad addossare al governo ogni eventuale insuccesso. Quasi da copione, il gruppo acquisitore sembra trasecolare stupito da tanto scompiglio trambusto (in fondo, loro ci mettono i capitali). Tutto ciò, nella prospettiva di perdere il lavoro, sicuramente indebolirà il fronte dei lavoratori, in caso di referendum approvativo.

Da tutta questa vicenda, si possono un paio di spunti su cui riflettere. Innanzitutto che nella globalizzazione sono sempre gli operai (gli ultimi della catena produttiva) che subiscono le peggiori conseguenze: anziché elevare il livello dei lavoratori delle aree più arretate del mondo, il nuovo assetto economico mondiale tende ad involvere quello dei lavoratori dei paesi più avanzati (provando ad abbassare loro gli stipendi, riducendo le loro tutele legali e rendendoli più ricattabili, provando a risparmiare sulla salute e sulla sicurezza). Poi che la riforma del lavoro approvata in Italia, più che aumentare la competitività delle aziende con una nuova organizzazione del lavoro in modo più flessibile ed efficiente, consente agli imprenditori di agire sui lavoratori, rendendoli più succubi della volontà datoriale.

Questo ennesimo esempio dell’avidità imprenditoriale, mostra che con la caduta della figura dello Stato come imprenditore, le remore ed i limiti entro cui operavano gli imprenditori privati, tendono a scomparire. E, come sempre, le peggiori ripercussioni, sono per gli operai.

di mario Guido Faloci

Print Friendly, PDF & Email