PIERPA’

Lo puoi rincontrare lungo la notturna Via Tiburtina dei tuoi pensieri, nei ricordi delle parole lette, nei sogni dentro le scene dei film visti, proprio come a un bambino sembra a volte di incontrare per strada, in un parco un attore, un calciatore da poco visto al cinema, allo stadio, e lo chiama, gli domanda se non sia proprio lui.

Pierpa’ è così. È ancora oggi così. Lo sarà sempre. Lo rincontrerai.

È quello che deve essere capitato anche a Debora Banelli. Lei, però, lo ha incontrato dentro la punta delle sue dita. Dita da artista, da disegnatrice, da osservatrice, indagatrice dei volti, degli sguardi altrui. Lei guarda quei volti con le dita. Gli occhi le servono per stratificare materia segnica, campiture di nera grafite e gesso bianco. Le sue dita non sono solo sguardi ma anche parole. Parole dei volti che emergono da sotto la superficie della carta, della tela, dal fondo dei segni, dei significati muti. Perché più di una foto la punta delle sue dita e della sua matita non riproducono, ma rincontrano direttamente i volti lungo una notturna via tiburtina nuova: dolente e insieme gloriosa, trafitti sulla croce del calvario mondano e insieme fulgidamente seduti attorno al dio dell’arte. Dita, polpastrelli che all’improvviso ritrovano, ricordano da dentro gli occhi, le rughe, le orecchie, le labbra, le gote, la fronte di Pierpa’ e di tutte le altre grandi anime e menti che fanno parlare. Le ritrovano nel senso che noi le sentiamo dirci, bisbigliarci sensibilmente, poeticamente sulla pelle la loro persona: non come era, ma così come è e resta. Tra queste Alda Merini, Samuel Beckett, Margherita Hack, Dario Bellezza e altre ancora. Tutte opere esposte e premiate anche al Padiglione di Spoleto Arte, alla Biennale di Milano e alla Biennale di Venezia. Debora Banelli vive e lavora in Arezzo, ha una pagina a suo nome su Fb e l’indirizzo mail deborabanelli41@gmail per contatti sulle sue opere e mostre.

Di seguito, invece, i miei versi sul Pierpa’ by Debora Banelli.

Pierpa’

Nun me guarda’ così

Lo sai che me succede

Certe notti quanno smonno

Er turno dar carcere

E torno a casa da Rebibbia

Là verso all’Albuccione?

Me sembra de ‘ncrociatte

Sopra a quella GT 2000

Che scegni giù p’a’ Tiburtina,

O stai a fuma’, a parla’

Con ‘na mignotta ‘mmigrata

Drentro a ‘nbenzinaro notturno

Ma che te dice, Pierpa’,

dell’Africa, della Nigeria,

schiava a venne la fica,

e tu stai co’ li fari accesi,

seduto sopr’er cofano

su quell’Arfa GT 2000

che a Ostia, Pierpa’,

te ce lasciorno longo

come ‘nCristo ‘ncroce

sotto a ‘ntreno de botte,

de porvere e de copertoni

Nun sai quante vorte, Pierpà,

me fermo e scegno

e te chiamo: “A Pierpa’, a Pasoli’!”

ma tu appena che me vedi

monti ‘nmachina e sgommi

p’a’ Tiburtina deserta

sulla carreggiata scannata

da trincee de carcestruzzo

‘nfino ar bivio de Grotta Gregna

Mo’ me ce metto io ‘na notte

coi tacchi, er trucco, le cosce ar gelo,

travestito a fregna aperta

a n’automatico notturno

a aspetta’ c’arrivi, Pierpa’:

vojo vede se te ce fermi a parla’

co’ n’trans guardia carcerararia

de Rebibbia troja ‘nfame

che però ha smontato dar turno

e dar cervello che so’ anni

e mo’ entra e esce da Martellona,

clinica pe’ matti là pe’ l’Arbuccione

‘ndo io te ‘ncontro, Pierpa’,

e tu me guardi, Pierpa’,

ma nun me dici gnente, Pierpà,

me sa perché, Pierpa’,

tu me c’hai lassato a me

a fa er Cristo dell’asfalto

su ‘sta Via Crucis drentro

e fora der Raccordo Anulare

che se chiama Tiburtina,

striscia de lengua antica

che dall’Urbe Capoccia porta

fino ai piedi colli chiodi dei burini.

RT – Roma, 22 gennaio 2018.

di Riccardo Tavani

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