Bitcoin e blockchain sulla frontiera del futuro

Stampa Critica è stata tra le prime testate giornalistiche a sollevare il tema dei bitcoin, delle criptovalute. Abbiamo scritto che al di là delle bolle di alta instabilità e volatilità, delle speculazioni oscure, delle catene di Sant’Antonio per gonzi di massa, cui stanno dando luogo, la tecnologia che è alla loro base non solo è valida, ma sarà uno strumento essenziale del futuro applicabile in molti ambiti e in relazione a diversi problemi ambientali e sociali. Questa tecnologia si chiama blockchain, ossia una catena di blocchi, di nodi digitali, che non ha bisogno di alcuna entità amministrativa centrale, dato che si autogoverna da sola, proprio grazie al controllo elettronico istantaneo e alla reciproca certificazione che ogni nodo può esercitare sulla operatività di tutti gli altri. Separare la cripto moneta dal tecno-sistema operativo che utilizza è dunque la prima cosa da fare, per capire bene il fenomeno.

In relazione alle distorsioni di valore speculativo finanziario che manifestano tali strumenti, sulla scorta della loro rapida e imprevedibile volatilità, non spetta a noi mettere in guardia dal notevole rischio che si corre a trattarli, facendolo già da tempo le diverse autorità europee, con lo stesso governatore centrale Mario Draghi in prima fila. Se qualcuno aderisce alle offerte sempre più massicce e incentivate che appaiono in rete e nelle comuni caselle di posta elettronica, sappia solo che se si fa male, non potrà poi invocare nessuna istituzione competente, dato che esse si sono già dichiarate estranee a qualsiasi esito anche gravemente negativo possa scaturire dalle Ico, ossia dalle Initial Coin Offering, le offerte incentivate di bitcoin, anche con quote gratuite. Va parimenti chiarito che ci sono state sì vertiginose ascese di valore e successivi precipizi da brivido. Il valore attuale, però, si attesta intorno a quota 8.000 $. Per cui chi li ha acquistati inizialmente per una manciata di euro o di biglietti verdi, oggi si ritrova in tasca pur sempre un discreto gruzzolo. È evidente che il margine di realizzo diminuisce, aumentando parimenti invece quello di rischio, per chi entra nel gioco adesso. C’è chi sta cercando di paventare che una ipotizzabile prossima bolla delle cripto-valute possa trascinarsi dietro tutta l’economia globale. La verità è che quest’ultima non si è mai ripresa dalla sua crisi del 2007 e stenta a trovare un nuovo stabile modello di crescita.

C’è da aggiungere ancora che di cripto-monete ce ne sono a spasso per i mercati mondiali 1.506 ormai, di cui quella chiamata Bitcoin è solo la più nota e trattata negli scambi. I loro nomi sono tra i più fantasiosi e suggestivi: Sharkcoin (moneto squalo), PinkDog (cane rora), Casinocoin, Ponzicoin. Ce n’è una – invece – che sembra creta apposta per rispondere alle ansie da elevata volatilità. Si chiama Tether ed è agganciata alla parità uno-a-uno con il dollaro. Ossia, ogni unità cripto-monetaria emessa deve essere coperta da un dollaro depositato nelle casse della Tether Limited, con sede nelle Isole Vergine britanniche. Oscillando tra un minimo pari a 0,96 $ e un massimo di 1,06 $ si configura come una vera e propria stablecoin, ossia una moneta stabile. Questo strumento è già da tempo utilizzato su scala globale per il cambio tra una cripto-valuta e l’altra, senza ricorrere al passaggio a una moneta ufficiale. Oppure come momentaneo deposito sicuro di ricavi in caso di eccessive mareggiate nei mercati monetari. Ma anche questa cripto-valuta ha dato recentemente luogo a diversi vuoti d’aria e d’ansia in volo. Si mormora, infatti, che abbia immesso 850 milioni di Tether (sui 2,2 miliardi già in circolazione) proprio mentre il prezzo delle Bitcoin cadeva, per acquistarne una quantità corrispettiva al nuovo prezzo corrente, e senza che l’emissione avesse la tanto dichiarata copertura in dollari. Non solo: la caduta delle Bitcoin era largamente prevista, essendo il management di Tether lo stesso di Bitfinex, la società di exange che tratta e spesso determina i valori di cambio delle monete virtuali.

Il punto, però, resta quello sulla possibilità di un miglioramento tecnologico che consenta di superare tutte queste acute lacune che il nuovo strumento attualmente determina. Questa possibilità è ora sostenuta da uno dei massimi organi economici e finanziari planetari: il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Crhistine Lagarde, ex ministro delle finanze francese. L’attuale presidente del FMI, ha affermato in una recente conferenza alla Bank of Englad, che tutte le attuali criticità, rischiosità, vulnerabilità agli attacchi di hackeraggio potranno essere rapidamente superate. Inoltre – afferma Lagard – la moneta virtuale è destinata a diventare la vera valuta di riferimento internazionale, perché a differenza di quella attuale – il dollaro – non deve sottostare al controllo e alle manovre su essa di un’amministrazione politica e di una banca nazionale, entrambe non universalmente accettate su scala mondiale. Si aprirebbe per lei una nuova epoca monetaria, definibile come dollarizzazione 2.0. La Lagarde, dunque, invita gli istituti bancari e finanziari a mantenere la guardia alta contro i pericoli speculativi delle cripto-monete ma, nello stesso tempo, a guardare le possibilità in esse insite. Pari apertura di credito Lagarde fa verso l’Intelligenza Artificiale, destinata anch’essa a entrare nei meccanismi di scambio e credito, razionalizzandoli e velocizzandoli, anche se è illusorio pensare che possano risolvere tutto.

Il vero problema a questo punto è però un altro. Christine Lagarde, in questa sua opinione non rappresenta solo sé stessa, ma quella di tutta la finanza elettro-digitale che pensa di utilizzare i traguardi più avanzati della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, per continuare a lucrare profitti a beneficio del dominio capitalistico internazionale. Strumenti come la blockchain, però, hanno struttura originaria che risponde a tutt’altra logica. Lo dice già il fatto che Satoshi Nakamoto, il nome dell’inventore di questa architettura elettronica, non corrisponda ad a una singola persona fisica, ma a un collettivo di persone rimaste anonime che nel 2008 lo hanno concettualizzato, poi via via sviluppato, trovandone un’applicazione nella moneta virtuale. La logica è appunto quella del peer-to-peer (P2P), o rete paritaria o paritetica. Come recitano le voci on-line: “In Informatica questa è un’espressione che indica un modello di architettura logica di rete i cui nodi non sono gerarchizzati unicamente sotto forma di client e server fissi (clienti e serventi), ma sotto forma di nodi equivalenti o paritari (in inglese peer) che possono cioè fungere sia da client che da server verso gli altri nodi terminali (host) della rete”. La parità, la simultaneità, e l’autogestione reticolare è garantita da una marca temporale (timestamp), ossia da una sequenza di caratteri che rappresentano una data e/o un orario per accertare l’effettivo avvenimento di un certo evento. “La data è di solito presentata in un formato compatibile, in modo che sia facile da comparare con un’altra per stabilirne l’ordine temporale. La pratica dell’applicazione di tale marca temporale è detto timestamping”. In questo modo qualsiasi operazione ma anche distorsione manipolazione estranea è registrata simultaneamente da tutti gli altri blocchi o nodi della rete, che possono intervenire immediatamente, senza la necessità di un’autorità tecnica o amministrativa centrale.

Tale modalità non può che essere anonima, collettiva e autogestita, perché si avvale di tutta la concreta e astratta, virtuale e generale intelligenza globalmente stratificata in tutta la rete e ogni giorno, ogni ora e minuto implementata da migliaia di anonimi intelletti tecnovisionari che la intessono e la amplificano incessantemente. Perciò l vera sfida che si apre nel sottosuolo del futuro non è tanto se questi web-strumenti saranno compiutamente perfezionati e attuati, ma chi e a quali fini li utilizzerà.

di Riccardo Tavani

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