La paranza dei bambini: il cuore trafitto di Napoli.

Se si digita su Google  “Edicole Napoli ” l’algoritmo risponde proponendo, nell’ordine, i siti di Pagine Gialle, Tutto città, Pagine bianche, Misterimprese e I Giornalai di Virgilio. Già al sesto posto però compare la pagina Wikipedia delle edicole votive di Napoli, che sono  centinaia. Le edicole a Napoli si chiamano edicole, ma non vendono giornali. Le edicole di Napoli sono l’illuminante invenzione settecentesca di un domenicano, tale Padre Rocco, Consigliere di Carlo III di Borbone. Nel ‘700 in città soldi per l’illuminazione notturna non ce n’ erano, si stava ogni sera al buio e di notte, soprattutto  nei quartieri popolari, si commettevano furti, violenze, omicidi. Dopo un primo tentativo di far mettere delle lanterne ad olio sulle finestre, che venivano prontamente distrutte dai ladri, il Domenicano Padre Rocco ebbe l’idea giusta: ogni 5 o 6 case consegnò ai fedeli più ortodossi delle immagini sacre, imponendo di appenderle fuori delle case ed accendervi, per devozione, uno o più lumi ogni sera. Fece leva sul sentimento religioso (e superstizioso) dei napoletani, anche quello dei ladri e dei delinquenti. Chi mai avrebbe avuto il coraggio di spegnere quelle luci, magari proprio quelle accese sotto l’immagine di San Gennaro? Le lampade non furono più distrutte, Napoli ebbe la sua prima illuminazione e, dicono le cronache, divenne la città più illuminata d’Europa. Nacquero così le innumerevoli cappelle che ancora oggi stanno ad ogni angolo di strada, perfino nei cortili dentro i palazzi  e che sono da allora oggetto della venerazione popolare. “Sono – scrive Serena Dandini nel suo libro Ferite a morte- luoghi sacri “fai da te”,  piccoli altari all’aperto, templi cristiani e insieme pagani. Servono a celebrare i santi protettori e i morti del quartiere senza andare tutti i giorni al cimitero. Le edicole collezionano fotografie, immagini di santi e di madonne, luci, fiori, offerte, preghiere, ex voto. E’ sicuro che ai morti  piace di più rimanere nelle vicinanze di casa, lì dove sono vissuti, insieme ai parenti, ai vicini, ai passanti, come se fossero ancora vivi, potessero guardare, riuscissero a sentire. Nelle edicole votive  tutti si fermano a mettere un cero, è lì che agli uomini come ai santi si porta rispetto, anche quando non hanno meriti uguali.

 “Facimmoce ‘a croce”

Nell’edicola votiva gelosamente custodita in un androne di Vico Santi Filippo e Giacomo non c’è la Madonna, non c’è nemmeno San Gennaro, c’è invece un busto colorato a dimensioni naturali, come una statua da presepe fuori misura. E’ la reincarnazione in creta di un ragazzo con la barba lunga, gli occhiali spessi, la montatura nera, che assomiglia a un soldato dell’Isis. Le maniglie del cancello che chiude l’edicola sono due lettere in ferro battuto: E ed S, le iniziali di Emanuele Sibillo. E’ lui il ragazzo del mezzobusto colorato. E’ morto sparato alla schiena in un giorno d’estate. I suoi nemici l’hanno ammazzato prima che lo trovasse la Polizia. Aveva solo 19 anni ed era già il Re di Forcella, del centro storico, alla testa di uno di quei gruppi di  adolescenti che terrorizzano le strade di Napoli in cerca di soldi e potere, bambini che non temono la legge né la morte e che spesso non fanno nemmeno in tempo a diventare grandi. Latitante, ricercato per associazione di stampo camorristico, padrone delle più importanti piazze di spaccio della città, estorsore, arrestato la prima volta a 15 anni, ora è venerato come un santo da una parte di Napoli, una città dove le paranze, nel gergo camorristico i gruppi di fuoco, sono fatte anche da bambini di 10, 12 anni.

-E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te?

-Io per diventare bambino ci ho messo dieci anni,

  per spararti in faccia ci metto un secondo.

Dalla storia di Emanuele Sibillo e dall’indagine della DDA di Napoli denominata “paranza dei bambini” prende spunto l’omonimo  libro di Roberto Saviano, il racconto di camorristi in erba spietati, che non hanno paura di morire, né di finire in galera, bambini che sparano spacciano e spendono. E vogliono tutto, subito, adesso.

La relazione semestrale della Direzione nazionale antimafia (prima metà del 2017), trasmessa alla Camera evidenzia come in Campania esistano tanti «piccoli eserciti», spesso formati da ragazzi sbandati che, da anonimi delinquenti, si sono impadroniti del territorio attraverso «una quotidiana violenza più che mai esibita, utilizzata quale strumento di affermazione e assoggettamento ma, anche, di sfida verso gli avversari»

Secondo Il Mattino a Napoli e provincia complessivamente risultano 89 clan (per un numero complessivo di circa 4.500 affiliati). Le zone dove è palpabile il persistente stato di fibrillazione tra i vari gruppi sono i quartieri del centro storico di Napoli e le sue periferie.

Ed è il centro storico di Napoli che Saviano racconta nel suo libro,è il luogo dove anche i bambini sanno sparare .

Un libro, quando è scritto bene, non puoi leggerlo nel tempo che vuoi tu. E’ lui che ti detta il tempo, perché è lui che ha un suo passo e ti porta con sè. Il libro “La paranza dei bambini” ha un suo andare veloce, ti carica sui motorini dei paranzini e sfreccia contromano, tra sopraffazione ed innocenza, nei vicoli di Forcella.

A Forcella anche le pietre sono vive, anche loro respirano. I palazzi sono attaccati ai palazzi, i balconi si baciano davvero a Forcella. E con passione. Anche quando ci passa in mezzo una strada. E se non sono i fili del bucato che li tengono uniti, sono le voci che si stringono la mano, che si chiamano per dirsi che quello che passa sotto non è asfalto ma un fiume attraversato da ponti invisibili.” 

Da Forcella la Paranza dei Bambini parte per conquistare tutta Napoli: il racconto di Saviano è spietato,cupo, violento e senza scrupoli, uno sguardo feroce sulle ferite di Napoli, ma anche una smisurata dichiarazione d’amore per una città straordinaria, dove i balconi appesi di pann’spasi si baciano davvero e i santi dipinti sui muri, coi quegli occhi che tutto vedono e tutto comprendono, ti ricordano che non è mai tardi per risollevarsi.

di Daniela Baroncini

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