Anima fragile: il suicidio di Beatrice Inguì

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Torino, 4 aprile 2018, la primavera è iniziata da poco, sul binario 4 di Porta Susa. Alle 7 e 04 la temperatura è ancora rigida. Sarà una giornata fredda, caratterizzata da un cielo coperto e una debole pioggia. Ieri sera la Juventus ha giocato la partita di andata dei quarti di finale contro il Real Madrid, perdendo pesantemente per 3 a 0 in casa. La stazione Torino Porta Susa è una spettacolare galleria di vetro ed acciaio, uno dei simboli della città di Torino, come la Mole Antonelliana. A quest’ora è piena di giovani studenti, incrocio di giovani pensieri, amori, dolori, timori. Beatrice Inguì, 15 anni, ferma con un gruppo di coetanei, viene inspiegabilmente travolta dal treno regionale Torino-Milano. Un incidente? Un’imprudenza? Forse Beatrice è troppo vicina ai binari, forse il suo zaino s’incastra nel treno e la trascina con sé. Beatrice Inguì sognava di fare la cantante lirica. Il treno regionale 2005 che l’avrebbe portata da Torino a Vercelli, dove frequentava il liceo musicale, l’ha uccisa.
STOP.
REWIND.
REPLAY
La Polfer che esamina le immagini riprese dalle telecamere della stazione riavvolge il tempo e quello che vede registrato è un altro film. Il giorno è sempre quello, il 4 aprile del 2018. Stesso luogo, il binario numero 4 di Porta Susa. Anche l’ora è la stessa: le 7 e 04. Beatrice Inguì, guardata dalle telecamere, si dirige intenzionalmente verso il treno in arrivo, fa tre passi oltre la linea gialla di sicurezza, va incontro al respingente frontale del locomotore. Non si tratta di un incidente, Beatrice si è uccisa perché “troppo grassa”, come scriveva nel suo diario. La vita giovane che vuole morire è quella che nella vita non trova alcun senso.
Il rapporto che ha una ragazza con lo specchio non ha equivalenti nel mondo maschile, ha una specificità assoluta. Se Beatrice si pensava troppo grassa, tanto da morirne, non è difficile capire come la perdita del controllo sul proprio corpo possa produrre una serie di sofferenze indicibili. Se dietro ogni disturbo dell’alimentazione si nasconde un’identità fragile, il disordine alimentare, soprattutto nell’età adolescenziale, non si risolve con la riabilitazione della funzione normale dell’appetito. Nasconde una malattia ben diversa, una malattia della Relazione, resa ancora più difficile dal tempo che viviamo, un tempo di relazioni pericolose col nostro corpo, che ormai per tutti è diventato un dio. Un dio spietato che fa della salute un incubo, della cura del corpo una farneticante ossessione. Ma a spingere Beatrice sotto un treno ha contribuito anche una società che a 15 anni le ha tolto la libertà di essere semplicemente se stessa, senza essere costretta ad essere forte per lottare non solo contro il proprio corpo, considerato come un ostacolo alla felicità, ma anche contro un mondo di arroganti bulli da tastiera, eternamente assolti dall’effetto disinibitorio di un display.

di Daniela Baroncini

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