Il pesciolino di Nicolae: Roma Nord – capitolo uno

Roma Nord

Ogni mattina li trovavo lì. Al fischio del treno padre e figlio si sistemavano proprio accanto la cabina di guida, separati da me da una porta da dove potevo vedere i suoi occhietti sbirciare. Fu così che iniziai a farli entrare ogni tanto, in cabina, accanto a me. Mentre guidavo il bambino impazziva di gioia a stare davanti a tutti, in quel treno che li portava ogni giorno ad arrabattare la giornata.

“Bajarse el moro” dicono gli spagnoli, svoltare dicono a Roma. Per poi, alla fine della giornata e a macinati chilometri, riprendere il treno e tornare a casa, in quelle vaste baraccopoli, per lo più nascoste agli occhi di tutti. Ma attraversate dalla ferrovia a unico binario, che se non stai attento li metti pure sotto, magari una mattina alle cinque quando ancora non è l’alba e loro sono già lì pronti con le loro buste. E quando ti salutano, al padre con il figlioletto sempre per mano, non resta che il fischio del treno e la baraccopoli nascosta ai più, che a loro sembra già un gran regalo di questa immensa città che li ospita distratta, indifferente e spesso contrariata.

Ed eccola la loro città. Alla fermata di Grottarossa, zona Roma Nord, sotto il cavalcavia che conduce all’immenso deposito dei bus dell’Atac, nello spazio ristretto tra la ferrovia e la via Flaminia, le capanne di cartone. Un livello inferiore delle baracche. Prima una, poi un’altra e un’altra ancora e così via fino a riempire quello spazio ristretto ma ambito per via del tetto, cioè la rampa che funge da copertura. Un ricovero prima di fortuna poi di residenza. Tanti bambini, sporchi e laceri che salutano il treno quando passa, ogni sei minuti. Io rispondo a tutti fischiando ripetutamente. Forse sono il solo. Ai miei colleghi questa gente da fastidio “perché puzzano”. Nicolae il figlio, il bambino con gli occhietti vispi mi ha colpito dal primo giorno. Il giorno dell’arrivo e della notte al freddo. Emile il padre, la capanna l’ha costruita in tre lunghi giorni che per Nicolae sono state tre notti al freddo.

Sono soli. Emile non ha la moglie. Nicolae non ha la mamma. E’ morta. E’ morta di parto, sotto un ponte. Sopra un vecchio materasso senza branda. Sono soli. Nicolae è solo. E’ solo e la sua solitudine si respira e si tocca. I capelli neri, lisci e arruffati, lunghi e unti. Ha un odore forte come di chi dorme sotto al cielo e non si lava. Nicolae non piange. Non l’ho mai visto piangere. Ormai sono sette mesi che lo conosco e che mi aspetta per riscaldarsi sul treno e per viaggiare con me in cabina e suonare il fischio. E’ felice sul mio treno. E’ assurdo ma è felice di ciò che non ha.

“Grazie signore, grazie signore, grazie signore.. e così via per tutto l’atrio della stazione di piazzale Flaminio appena sceso, la prima volta che aveva fatto il viaggio con me in cabina. Non finiva di ringraziarmi, mi seguiva. Gli presi la manina e lo accompagnai da suo padre che aveva le lacrime agli occhi.

(continua…)

di Claudio Caldarelli

Print Friendly, PDF & Email