Il caffè – capitolo quattro

Da pochi giorni lavoro con un nuovo capotreno, Alessandro Cascina, un tipo un po’ sornione a prima vista, ma intelligente e ironico quanto basta per lavorarci bene sul treno.

Il primo giorno, alla vista delle baracche, si lasciò sfuggire una imprecazione offensiva indirizzata ai “puzzolosi”. Feci finta di non aver sentito, ma ogni volta che transitavamo davanti alle capanne gli facevo notare la sfortuna di quei bambini che vivono nel fango e quanto sono fortunati il mio Emanuele e il suo Lorenzo. Al terzo giro di transito mi disse che aveva fatto quella battuta di merda senza riflettere. Considerava quella situazione veramente drammatica.

Il giorno dopo per metterlo alla prova, fermai il treno tra la prima e la seconda capanna, feci per scendere ” Dove vai? Perché ti sei fermato.” Mi girai verso di lui e ” devi sapere che tutte le mattine il signor Emile, che abita nella seconda capanna insieme a suo figlio Nicolae, mi prepara il caffè alla turca. E’ buono. Io gli porto l’acqua.” Mi guardò con un aria incredula e sorpresa. Non capiva se scherzavo o dicevo sul serio, ma per non tirarsi indietro mi disse” scendo anch’io, voglio assaggiare il caffè alla turca del signor Emile.”

“Devi sapere Ale, che se decidi di prendere il caffè alla turca qui alle capanne, al mattino presto, devi aspettare che sia il signor Emile a chiamarti. Vuol dire che è già sul fuoco.”

La mattina quando ancora la nebbia non dirada, vicino ad ogni capanna si accende un fuoco di bivacco, come una volta. Sul fuoco di bivacco c’è sempre un pentolino per il caffè alla turca.

” Un’altra cosa Ale, i signori della prima capanna il caffè turco non lo sanno fare, non posa mai, è fangoso e poco gustoso al palato. Quando non ci sono io e magari ti fermi con un altro macchinista, cosa molto improbabile se non impossibile, ricordati di fermarti alla seconda capanna, quella del signor Emile, e porta sempre una bottiglia d’acqua per ringraziarlo della gentilezza.”

Le prime volte è stato difficile prendere il caffè alla turca poi man mano ne ho gustato il sapore e notato la sapienza dei gesti del signor Emile nella preparazione.

Scoprendo così a poco a poco anche un pezzo della loro storia. I loro capelli neri misti agli altri tratti significano che prima di qui si sono fusi ad altre genti, da almeno già due generazioni. Assimilando tratti e caratteri, usi e costumi che li hanno forgiati nel sentirsi comunque e perennemente non a casa. Una trasmigranza continua in cerca di un approdo che basti almeno a poter crescere un figlio e quel figlio possa avere negli occhi un orizzonte non già segnato, un orizzonte più allargato fatto semplicemente di possibilità.

Quando Emile muove le mani non fa rumore. Tocca tutte le cose con una morbidezza inaudita. I suoi gesti hanno una naturale armonia che viene da lontano, mi affascina. Si sta attenti a parlare per non svegliare quelli delle baracche vicine, ma a quest’ora cominciano tutti a uscire, come un’unica ombra insieme e silenziosi con gli occhi a terra e le buste in mano. Quando ci vedono abbozzano un sorriso. Una nota di colore in tutto quel grigio. Una diversità ben accettata. Piano piano riusciremo a parlare, a raccontarci le nostre storie. Storie che nessuno vuole sentire. Storie rimosse dalle coscienze e scritte nelle brevi sui giornali. Storie che fanno male e ci danno fastidio solo a sentirle. Storie di solitudine e emarginazione. Storie di miseria e povertà. Storie drammatiche, rimosse dalle nostre coscienze. Storie. Storie di morti bianche.

di Claudio Caldarelli

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