Dai campi all’obitorio: strage di immigrati in due diversi incidenti mortali

Tutti giovani, tutti immigrati; tutti scappati da una sorte nefasta in cerca di un futuro migliore, o anche solo di un futuro. Potremmo parlare di sfortuna, potremmo parlare di destino; ma quando, giunto nella terra promessa, non trovi il futuro migliore cui anelavi, ma chi ti sfrutta facendoti spaccare la schiena sotto il sole cocente per 3 euro l’ora per dieci, dodici ore al giorno mandandoti poi a morire in un furgone stipato fino all’inverosimile non esiste destino, non esiste sfortuna: esistono responsabilità, esistono colpe. E non soltanto le responsabilità dirette degli sfruttatori di questi giovani, ma le responsabilità indirette di tutti; di chi vede e non fa, di chi sa e fa finta di non sapere. Dello Stato, ancora una volta presente sulla carta, ma totalmente assente sul campo. O, sarebbe il caso di dire, sui campi. Perché la storia, ogni anno si ripete; ogni anno migliaia di esseri umani (italiani, immigrati clandestini e regolari, donne, uomini, perché il caporalato non conosce discriminazione) sono ridotti in schiavitù, massacrati, mandati a morire sui campi, sfruttati fino all’inverosimile. Ogni anno si affronta il problema, ogni anno si promuovono leggi che poi non vengono rispettate, né fatte rispettare. Sedici in tutto le vittime di due diversi incidenti avvenuti nel foggiano; il primo, sabato 4 agosto, è costato la vita a quattro giovani braccianti, e altrettanti sono i feriti gravi; il secondo, il più grave, è avvenuto nel pomeriggio di lunedì 6 agosto, quando un furgone con targa bulgara carico di braccianti di ritorno da una giornata di lavoro si è scontrato frontalmente con un tir provocando la morte di dodici persone. Illeso l’autista del tir, mentre tra le vittime anche il presunto caporale, alla guida del furgone. Anane, Lahcen, Joseph; questi alcuni dei nomi delle vittime, tutte giovanissime, alcune poco più che ventenni. Non conosciamo la loro storia, né come o quando siano arrivati in Italia; non sappiamo quali progetti avessero per il futuro, né se li avessero. Certamente in Italia erano venuti per costruirselo, un futuro, anche a costo di cadere nelle mani di chi della loro disperazione ha fatto un business. Non avrebbero mai immaginato, probabilmente, di finire i loro giorni stretti come sardine nel vano posteriore di un fugone scalcinato. Le indagini accerteranno le dinamiche dei due incidenti e le eventuali responsabilità; gli inquirenti intanto hanno fatto sapere che si indagherà anche per caporalato. Come se nessuno sapesse che nelle immediate vicinanze del luogo del secondo incidente, nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico, esiste un luogo non luogo, risorto dalle ceneri del “Gran Ghetto” sgomberato e smantellato lo scorso anno a seguito di un incendio in cui persero la vita due immigrati, fatto di baracche, di roulotte che ci si chiede come possano essere arrivate fin lì nella più completa indifferenza. Un villaggio fantasma abitato da fantasmi, uomini arrivati chissà da dove e invisibili ai più, che troppo spesso smettono di essere invisibili solo quando, stroncati dalla fatica, si accasciano irreparabilmente al suolo o quando, come in questo caso, i loro corpi giacciono sull’asfalto rovente di un pomeriggio di fine luglio.

di Leandra Gallinella

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