Ogni morte ricorda alla nostra politica il fenomeno del “caporalato” salvo poi dimenticarsene e non applicare le leggi a tutela dei migranti

Nell’arco di 48 ore in Italia sono morti 16 braccianti. Due tragici incidenti stradali che hanno ricordato al nostro Paese l’esistenza del fenomeno “caporalato”. I furgoncini che portano queste persone, perlopiù immigrati, dagli alloggi ai campi sono notoriamente malridotti e sovraffollati e in caso di incidente non può non scapparci il morto. Eppure le misure contro il caporalato in Italia ci sono e rimangono tuttora inattuate.

La legge n.199 del 2016 è figlia del governo Renzi e nacque anche questa a seguito della morte di una bracciante, Paola Clemente, pugliese di 47 anni morta per 28 euro al giorno. A dimostrazione che povertà e sfruttamento non conoscono bandiere. Approvata il 18 ottobre 2016 contrasta “il lavoro nero, in particolare lo sfruttamento in ambito agricolo e prevede un ‘riallineamento retributivo’ nel settore”. Si definisce caporale “chiunque recluti manodopera per terzi, in condizione di sfruttamento, approfittando di una palese condizione di bisogno”.

E’ un buon provvedimento che prevede, da un lato, pene molto severe contro chiunque commetta “reato di intermediazione illecita e sfruttamento” e dall’altro punta a migliorare proprio le condizioni di vita dei numerosi braccianti. La prima parte ha portato all’arresto di oltre 70 persone, la seconda è rimasta inattuata: il governo non ha mai approvato un piano di accoglienza dei braccianti stranieri o reclutato personale attraverso la “Rete del lavoro agricolo di qualità”. Non che ultimamente il nostro Paese brilli per l’accoglienza.

A marzo però sembrava che si stesse muovendo qualcosa, proprio nel Foggiano, luogo di entrambi gli incidenti: nella Provincia pugliese è stata introdotta la Rete che mira ad offrire un lavoro di qualità ai braccianti, da collocare in quelle aziende che seguono le norme e non hanno appunto mai ricevuto condanne. Si chiedeva a queste imprese di intervenire sul pericolo maggiore per i braccianti: i trasporti. Spesso viaggiano il doppio delle persone permesse nei furgoncini, dentro i quali vengono disposti anche degli sgabelli così da fare entrare più persone possibili. Da marzo ad agosto questo non è stato fatto e ora non si può riparare.

Più di un’azienda su due non applica i contratti e in molte giocano al ribasso su Internet, dove si organizzano aste elettroniche nel tentativo di accaparrarsi gli appalti. A pagare il prezzo più alto sono ovviamente i braccianti, un costo che si cerca di abbattere il più possibile. Molti hanno firmato per rinunciare a questi metodi, ma molti altri no: in Francia c’è un protocollo vigente per tutti e la misura dovrebbe essere estesa, seconda una normativa europea, a tutti i Paesi nel 2019.

Non si bada a tutto questo quando si è disperati, si ha bisogno di lavorare e non si hanno alternative: i braccianti stranieri sono perlopiù molto giovani, non superano i 25 anni, stanno qui per la stagione e hanno bisogno di inviare denaro a casa. Così accettano di lavorare dodici ore al giorno per tre euro l’ora, per un totale di circa 30 euro al giorno. Di questi tre o quattro euro vanno per il trasporto, altri cinque per l’alloggio e un altro ancora se si vuole ricaricare il cellulare. Tutto questo senza avere né un bagno, né dell’acqua. La disperazione, l’essere tanto giovani e avere l’idea che “tanto a te non succede” e il vero bisogno fanno accettare tanti aspetti inaccettabili, ma, parlando allo Stato italiano, si può chiamare ancora incidente qualcosa per cui c’erano tutti gli strumenti che avrebbero permesso di evitarlo?

di Irene Tirnero

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