Violenza sulle donne: si manifesta contro femminicidi e disegni di legge opinabili (leggi Pillon)

Il 25 novembre è la data scelta dall’Onu come giornata internazionale contro la violenza sulle donne, arrivata ormai a contare numeri tali da guadagnarsi l’appellativo di “fenomeno sociale”. Sabato 24 novembre a Roma ha sfilato il corteo dell’associazione “Non una di meno”, attiva già da tempo in difesa dei diritti delle donne: oltre 17 mila persone che si dicono preoccupate e hanno dichiarato uno stato di “agitazione permanente” contro i femminicidi e i numeri di questo fenomeno che comprende anche tantissima violenza domestica quasi mai denunciata. Sono scese in piazza anche per urlare al Governo il loro no al ddl Pillon. 

Nel 2017 circa 49 mila persone si sono rivolte ai centri anti-violenza e di queste 29 mila hanno intrapreso un percorso di riabilitazione. Parliamo di poco più del 50%: un risultato ancora troppo modesto. 

Nei primi 9 mesi del 2018 in Italia sono stati registrati 32 femminicidi. Sono in calo i reati-spia, come maltrattamenti, stalking, violenze, ma aumentano le denunce e quindi gli arresti. Il 63,7% delle vittime ha figli. Anche a questi ultimi si rivolge la campagna “Non è normale che sia normale”, ideata dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, che si propone, tra le altre cose, di creare un fondo per le famiglie affidatarie degli orfani di femminicidi. Non saranno orfani alla lettera ma di certo una madre al cimitero e un padre ergastolano non rendono la vita di questi ragazzi tanto diversa da chi i genitori li ha persi in altre circostanze. 

Nel marzo 2017 è stato approvato un disegno di legge in tutela dei figli di vittime di femminicidio. E’ diventato ufficialmente legge a dicembre dello stesso anno. Praticamente una gravidanza, un lasso di tempo che davvero non possiamo più permetterci, ma è la burocrazia, bellezza! 

In sostanza l’omicidio commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, dal partner civile o dal convivente viene equiparato a quello di genitori e figli e quindi rientra nella lista dei reati per cui è previsto l’ergastolo. Attenzione però, se chi uccide è divorziato o l’unione civile è cessata la pena massima oscilla tra i 24 e i 30 anni, come se non si trattasse comunque di un omicidio. Basta questa disposizione per dare un quadro di quanto ancora ci sia da lavorare. 

Come se questa non bastasse, un’altra legge scuote gli animi di tutte le femministe di oggi: dicesi ddl 735, meglio conosciuto come legge Pillon. Siamo nell’ambito “dell’affido condiviso, del mantenimento diretto e del diritto alla biogenitorialità”. Partorito da Simone Pillon (Lega), organizzatore del Family Day del 2007, 2015 e 2016, vanta il sostegno del governo giallo-verde ed è ora all’esame della commissione giustizia in Senato, sebbene il vicepremier Di Maio abbia dichiarato che “così non va”. 

Prevede la stesura di un “piano genitoriale” stabilito a tavolino tra i coniugi decisi a separarsi. Della serie: lunedì lo porto io a calcio, martedì la riprendi tu a danza. In questo spartirsi gli incarichi viene stabilito che i figli minorenni dovranno trascorrere tempo “paritetico ed equipollente” con entrambi i genitori. Stesso tempo, stesse spese quindi niente assegno di mantenimento. A voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte di certo questa disposizione è un sollievo per tutti quei padri separati che fanno il triplo lavoro per provvedere all’assegno stabilito dal giudice. Mentre per chi non versa proprio sarà un sollievo ancora più grande. 

Lo stesso dicasi per la casa: se cointestata entrambi i coniugi provvederanno alle spese; mentre se esclusiva di uno rimane al legittimo proprietario. Molte associazioni femministe obiettano però che così facendo si stravolgono le abitudini dei figli: osservazione giusta che deve invitare a tutelare un figlio già esposto a un dolore; allo stesso modo però è corretto tutelare il sacrificio di chi una casa l’ha comprata, inserendo magari una clausola per cui, lasciato il nido, l’abitazione torna a chi di dovere. 

Fino a qui si evince il nobile obiettivo di tutelare anche il marito in caso di divorzio, troppo spesso svantaggiato sotto molti aspetti. Veniamo ora alle note dolenti della legge Pillon. Se il minore si rifiuta di vedere uno dei genitori, l’altro può accusare l’ex coniuge di “manipolazione” e provvedere d’urgenza a limitare, se non sospendere, la responsabilità genitoriale.   

Non solo, il maltrattamento su un familiare per essere considerato reato deve essere abituale. Dai centri anti-violenza avvertono però che spesso tra una scarica di botte e l’altra ci sono delle cosiddette “lune di miele” in cui l’aggressore rinsavisce, salvo poi tornare a picchiare duro.

Ora immaginate di essere Maria della provincia di Bergamo, di quelle impiegate che vanno in ufficio a maniche lunghe anche ad agosto perché a nessuno piace vedere i lividi. Vi siete proprio stancate delle botte di Mario da vent’anni e a Sara e Pietro volete far capire che la vita può essere diversa. Maria dovrebbe studiare un piano genitoriale con Mario? Dovrebbe lasciare i suoi figli con l’ex marito e finire tutto il Malox che ha in casa? Sì, altrimenti Mario la cita in giudizio e forse forse glieli leva pure Sara e Pietro. 

La violenza di genere è una violazione dei diritti umani. Solo la onlus “Casa delle donne per non subire violenza” di Bologna dal 1990 al 2017 ha portato fuori dalla violenza 11.579 donne. Ma chissà quante altre, dal 1990 al 2017, non hanno avuto il coraggio di denunciare perché “tanto non gli fanno mai niente”. 

La fine di questa vergogna è legata a doppio giro a un discorso culturale: “educare al genere” non significa imporre a lei il fiocco rosa e a lui quello blu; equivale a far capire che praticare violenza ripetuta su chiunque, donna o meno, significa umiliare, sconvolgere e in parte uccidere una persona. Anche per questo non si deve pensare a un disegno di legge senza tenere conto che ormai muore una donna ogni tre giorni.  

di Irene Tinero

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