Donne senza dimora: Madonne?

Spingono carrelli da supermercato, senza una o due ruote, oppure con ruote bloccate, pieni di buste stracciate di plastica con dentro cenci, stracci, a volte indumenti, sporchi, spesso bagnati, mischiati ad avanzi alimentari e qualche cartone di vino. Sporche, sudicie, spettinate, con le gambe gonfie, la faccia rossa e screpolata, i capelli ammalloppati, a ciocche, bianchi, ma non bianchi candidi, grigio sudicio che non è più colore. Non parlano, non si lamentano, non ridono, non sono felici, hanno lo sguardo triste, gli occhi persi nella nebbia di una esistenza fatta di sofferenza quotidiana. Le incontro ai margini della stazione Termini, a Roma, la sera. Di giorno sedute nelle pensiline degli autobus, con tutto il loro freddo dramma di aver passato l’ennesima notte all’aperto. Trascinando quel carrello, pieno di rifiuti sudici, che per loro sono il segno della loro esistenza. Non lo lasciano mai. A piazzale Flaminio, tra l’uscita della Metro e il capolinea del tram 2, c’è una pensilina. Coperta. Con una panchina. La mattina alle 5 è sempre lì. Parla da sola. È sola. Nessuno si avvicina. Tutti si allontanano. Verso le nove, con il primo raggio di sole, sembra quasi che riprenda vita. È sempre sola. Nessuno siede vicino a lei.

Anzi si sentono i commenti, contro di lei. Contro la sua condizione. Contro il fastidio del cattivo odore e di quel carrello sudicio. Contro. Quanto è facile essere contro la più debole. Quanto è facile non vedere il dramma. Quanto è facile non vedere il cuore della persona sudicia e maleodorante. Quanta indifferenza pervade il nostro agire nei confronti del prossimo. Noi non amiamo il prossimo, lo odiamo. Mi viene da pensare a San Francesco, che spogliandosi della sua ricchezza, va a vivere con il lebbrosi.

Gli ultimi di quella epoca, lo sarebbero anche oggi. I lebbrosi, che tutti scacciavano, ripudiavano, tenevano lontani dalle città, costringendoli a camminare con un campanello che avvisasse della loro presenza. Non era indifferenza, era molto di più, era odio per il prossimo. Torniamo alla pensilina, dove la signora è ancora lì, tra gli improperi di alcuni è l’indifferenza dei tanti. Una indifferenza che rende invisibili. Vengono definiti “barboni” “senza fissa dimora” ma sono soltanto donne o uomini costretti ad una condizione non voluta. Mi avvicino, tra gli sguardi sorpresi e stupiti di persone indifferenti alla sofferenza, ma che la domenica vanno in Chiesa, professano i comandamenti, si confessano e fanno la comunione. Mi siedo, chiedendo permesso. Mi guarda. Sposta una busta lacera e sporca, anche maleodorante. Mi guarda. Le guardo le mani, avvolte da guanti senza dita, rotti, rotti tanto da essere avvolti da un calzino. Avevo preso al bar difronte, un cornetto con la crema, un bicchiere di latte caldo, con quattro bustine di zucchero. Gentilmente, tra gli sguardi infastiditi di gente senza amore, offro la colazione.

La prende, con difficoltà. Era ancora intorpidita dal freddo della notte all’addiaccio. La guardo, quanta tenerezza, mi guarda, gli occhi umidi, commossi, per un gesto di semplice umanità. Quasi dice grazie. Mi viene da pensare alla natività. Alla donna-Madonna, incinta, prossima a partorire, che attraversa il deserto in groppa ad un asino, senza acqua, senza indumenti di ricambio. Immagino una donna-Madonna, cenciosa, sporca e maleodorante, a cui nessuno a dato ospitalità, anzi scacciata e emarginata. Una donna-Madonna resa invisibile dalla indifferenza, che tutti ignoravano, non vedevano, che nessuno voleva vicino. Mi è parso naturale, pensare che la Madonna appare. Appare dove meno te lo aspetti, ed è difficile riconoscerla. Ma se ami il prossimo, la sai riconoscere. Ognuna è la Madonna, ognuno è Gesù. Ciao, sono Claudio. Alza faticosamente la testa arruffata, mi guarda e riabbassa il capo. Beve un po’ di latte e con voce roca e sommessa, quasi impercettibile: Chanel, mi chiamano Chanel. Le allungò una fazzolettino per pulire la bocca e dice: una volta mi chiamavo Teresa. Le prendo la mano, posa il latte caldo, sento che faticosamente mi stringe le dita, mentre una lacrima Le segna il volto ed un tenue raggio di sole la illumina.

di Claudio Caldarelli e Eligio Scatolini

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