Politica e coraggio: l’educatore nella società di oggi

Pier Paolo Pasolini affermava che i suoi anni assistevano ad una “mutazione antropologica” della società, accettando, sostenendo ed accogliendo una nuova società dei consumi.

Quasi cinquant’anni dopo, la realtà è anche peggiorata, viviamo ancora in una società capitalista, che valuta ogni rapporto da un punto di vista consumistico, senza lasciare spazio alla dimensione umana, una società massificata fatta di comportamenti anonimi e che portano al conformismo, con una pesante perdita di valori. Una società che può dare molto, quasi “tutto”, che crea nuovi bisogni e aspettative (e disagi), per i quali però sono necessarie anche nuove risposte. Tutto si basa sulla futilità dell’apparire, del possedere oggetti, del mostrare.

E questa riflessione ci porta ad uno dei più grandi problemi con i quali ha a che fare l’educatore oggi, doversi confrontare con individui vuoti, “pieni di tutto” ma inconsistenti emotivamente e umanamente.

La nostra società, ma forse un pò quelle di tutto il mondo cosiddetto evoluto, ha perso di vista il contatto vero tra le persone e il mondo (quello che i nativi latinoamericani chiamano “buen vivir”) anestetizzate dalla storia del “determinismo storico”, come a dire “le cose vanno così, che ci posso fare?”. E perciò corriamo alla ricerca di qualcosa, di banale o distruttivo, che possa colmare quel vuoto esistenziale, accettando la realtà con rassegnazione.

Ma, come afferma il pedagogista brasiliano Paulo Freire, “cambiare è possibile e necessario”. È essenziale credere nella natura politica dell’educazione, nella possibilità che questo mondo, partendo dalle persone che lo abitano, possa cambiare e diventare migliore. Non accettare le cose come sono perchè qualcuno o qualcosa le ha decise. E soprattutto credere negli individui, nella capacità di ognuno di poter prendere in mano la propria vita e decidere per sè.

In fondo l’educazione è un intervento sul mondo, un processo attraverso il quale l’essere umano riesce ad acquisire autonomia, indipendenza, responsabilità. Ma per fare questo bisogna attuare una rottura, bisogna “uscire dalla caverna”, correndo dei rischi.

Un “risveglio delle coscienze”, che l’educatore può accompagnare, prendendosi cura dell’altro e allo stesso tempo essendoci, per affiancare e accogliere chi è in difficoltà.

Si imparare a gestire gli interventi educativi e, studiando, ad acquisire strumenti che renderanno più capaci, come la giusta comunicazione con gli educandi o la capacità di conquistare l’autorevolezza, il fatto di essere in grado di integrare l’unicità degli individui nel processo educativo.

Nella società di oggi è indispensabile un’educazione per l’amore e per la solidarietà e, citando Frei Betto, teologo della liberazione, “è un processo che va costruito pedagogicamente”.

Attraverso l’educazione ci si può liberare dai limiti imposti dalla società stessa, e provare ad “essere di più”.

Un lavoro politico di pedagogizzazione, quindi, una rivoluzione delle mentalità, come politico è l’intervento dell’educatore, che non può essere in nessun caso neutrale perchè ogni volta che si prende una decisione si fa una scelta. E questo implica coraggio, ma anche rispetto, della diversità altrui, delle storie con le quali ci si trova a confrontarsi e dalle quali si può imparare.

È proprio questa reciprocità a far crescere l’educatore, a far crescere la persona. Ed è una crescita che non finirà mai perchè, come scrive il filosofo Olivier Reboul, “non si finisce mai di diventare un uomo”.

Nazim Hikmet, poeta turco, scrive:

“Camminare verso il giusto e il vero

Combattere per il vero, il giusto

Conquistare il giusto, il vero”.

 

di Francesca Mara Tosolini Santelli

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