Scienza e politica

Voglio raccontarvi una storia tipicamente italiana. L’argomento è insolito, perché si parla di scienza, oltre che – come di consueto – di soldi e di politica. I protagonisti sono in buona parte i soliti noti ed in piccola parte insolite novità.

Nel 2003 fu fondato l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), un nuovo istituto scientifico che si occupa di neuroscienze, biotecnologie, genetica, epigenetica e numerosissimi altri settori dello scibile, il cui elenco completo è reperibile nel suo sito internet, rigorosamente in inglese, benché l’italianità dell’istituto sia stabilita fin nel suo nome. È un ente di diritto privato ma finanziato con soldi pubblici, e raccoglie da solo la fetta più larga di quanto lo Stato spende per ricerca scientifica in tutti i campi (dalla fisica nucleare alla medicina, dalle biotecnologie all’archeologia) e in tutti i settori (università, CNR, ENEA, IRCCS eccetera).

Fu un’iniziativa del governo Berlusconi, con Letizia Moratti al ministero della ricerca scientifica e dell’istruzione, da poco fuse in un’unica entità. Il governo lo dota di così tanti soldi, che l’istituto non riesce a spenderli tutti e, perciò, li accumula. Nel 2017 può vantare più di mezzo miliardo di euro (mille miliardi di lire, per quelli della mia età) di “risparmi” o meglio di soldi non spesi, perché eccedenti rispetto alle cose da finanziare: personale, sede, progetti di ricerca, convegni eccetera. Sembra incredibile, ma è proprio così: sono talmente tanti i soldi che riceve, che non riesce a spenderne quasi la metà, non una piccola quota residuale.

In quell’anno il governo Gentiloni riesce a bloccare gli emendamenti che miravano a recuperare il “tesoretto” indebitamente e improduttivamente custodito nei conti dell’IIT.

Di conseguenza, una porzione ragguardevole del finanziamento dello Stato alla ricerca è rimasta immobilizzata ed improduttiva, in un paese agli ultimi posti in Europa e nel mondo per questa voce di spesa, dove si lesinano risorse per università e istituti pubblici di ricerca. E il governo evita di chiederne la restituzione, come sarebbe normale prassi nell’amministrazione dello Stato. È questo, infatti, uno dei vantaggi di un ente di diritto privato: può tenersi i soldi che non riesce a utilizzare.

Se non bastasse, il contributo dello Stato che avrebbe dovuto inizialmente avere un limite temporale (fino al 2014) con una modifica legislativa del 2006 è diventato continuativo ed eterno.

Nel suo “Consiglio, una sorta di cda, ci sono manager di banche, assicurazioni, società farmaceutiche, colossi dell’energia e delle telecomunicazioni. Come tutti gli altri enti pubblici di ricerca, tuttavia, l’Iit va avanti soprattutto con fondi pubblici”, scrive L’Espresso nel maggio 2016. I suoi membri “…nominano ed eventualmente rinnovano se stessi, senza essere sottoposti a controlli né valutazioni di merito” spiega la senatrice a vita Elena Cattaneo, che è scienziata di fama e si è resa conto subito delle anomalie dell’IIT.

Se errare è umano, perseverare è diabolico: e, infatti, il governo Renzi progetta di istituire un nuovo centro di ricerca, con sede nell’area Expo di Milano, che prende il nome di Human Technopole (HT), su cui convogliare buona parte delle risorse pubbliche. Potrebbe sembrare una buona idea, se il nuovo ente non si innestasse direttamente sull’IIT e non tendesse a perpetuarne ed allargarne i difetti, con lo stesso ambiguo funzionamento. Il progetto, nonostante le polemiche e l’opposizione di alcuni autorevoli ricercatori e di pochissimi politici, si realizzerà nel 2018 con il governo Gentiloni. Tanto, di cose così tecniche e di nicchia non parla nessuno, anche se incidono sensibilmente sul futuro del Paese.

Il nuovo centro viene affidato all’IIT, senza alcuna gara, nessuna concorrenzialità.

Che cosa c’è di male in queste iniziative, apparentemente così lodevoli, di creare nuovi e ricchi enti per la ricerca biomedica?

Lo Stato decide di creare e finanziare un ente privato col presupposto che, si sa, i privati sono più economici ed efficienti. Questo è vero, quando un privato impegna i propri soldi; ma non è detto che sia così quando un privato gestisce i soldi degli anonimi contribuenti. Anzi, il più delle volte gli enti privati a finanziamento pubblico dimostrano di essere un pessimo affare per la collettività.

Anche in questo caso, il più grande finanziamento pubblico alla ricerca viene dato in gestione a privati, con pochissimi controlli indipendenti, scarsa trasparenza amministrativa e con possibili conflitti d’interesse, mentre si lesinano i finanziamenti agli enti di ricerca pubblici: così – ragionevolmente e con cognizione di causa – sostiene la senatrice Cattaneo, una delle poche voci che si sono alzate contro questa apparente follia. “Viene da pensare che anche la scienza abbia la sua cricca”, non può non concludere la scienziata.

L’HT viene dotato di un finanziamento di 140 milioni di euro l’anno per sempre, ed è libero di farne ciò che più gli aggrada, almeno nel senso che può agire senza alcuna competizione o selezione, e senza controlli adeguati. Di nuovo lo Stato dà la più grossa fetta del finanziamento ad un ente privato, caratterizzato dalla più completa autoreferenzialità. Il sospetto che vi sia una “cricca” (diabolicamente perseverante) è più che giustificato,

Insomma, il nuovo come il vecchio ente hanno le stesse prerogative: molti più soldi dati al privato rispetto alle istituzioni pubbliche (università eccetera); scarsa trasparenza, compresa la possibilità di tenersi i soldi non utilizzati; mancanza di meritocrazia e concorrenzialità nell’assegnazione dei fondi. Sembra che alcuni governi considerino le università come nemici: si sa, sono pericolosi covi di intellettuali. Ma dimenticavo: con la cultura non si mangia, con l’industria farmaceutica sì.

Questa storia, a differenza di tante altre vicende politiche, ha un lieto fine, almeno finora (temo sempre i colpi di coda delle “cricche”).

È stato presentato e approvato un emendamento alla legge di bilancio 2020, che prevede l’accesso all’HT da parte di ricercatori delle università, degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) e degli altri enti pubblici di ricerca. Accesso, ovviamente, basato sulla concorrenzialità e la meritocrazia, cioè sulla selezione dei migliori progetti di ricerca: ciò che è – e dovrebbe sempre essere – normale quando si usano i soldi dei contribuenti. Tanto più che, in Italia, questi ultimi sono sempre i soliti noti, pochi e mai abbastanza rispettati.

La Fondazione avrà regole trasparenti e agirà “con approccio multidisciplinare e integrato nel rispetto dei principi di piena accessibilità per la comunità scientifica nazionale, di trasparenza e pubblicità dell’attività, di verificabilità dei risultati scientifici raggiunti in conformità alle migliori pratiche internazionali”.

Human Technopole riferirà alle Camere ed a tre ministeri, con cadenza biennale, su attività e programmi, anche in rapporto al sistema nazionale di ricerca e all’utilizzazione delle infrastrutture “da parte di progetti scientifici partecipati o promossi da soggetti non affiliati alla Fondazione, nonché ai servizi svolti a beneficio della comunità scientifica nazionale”.

Le modificazioni al funzionamento della neonata Fondazione, di recente approvate, dimostrano che non è impossibile una sinergia tra pubblico e privato, purché il pubblico non rinunci al suo ruolo di dare regole giuste ed esigere un attento controllo. Altrimenti c’è odore di sudditanza della politica verso le forze economiche, di uno strano inciucio: cioè che lo Stato finanzi la ricerca su cui il privato guadagna, e che qualche partito o personaggio politico abbia il suo tornaconto. Se no perché creare quel cospicuo esubero di soldi?  Absit iniuria verbis nei confronti dei governanti che avevano voluto l’”inciucio”, la morte della meritocrazia e la rinuncia alle funzioni di controllo. Ma non nei confronti delle scelte politiche, che meritano queste ed altre, se ingiurie sono.

A margine di questa bella storia a lieto fine, si rende necessaria un’altra riflessione.

Nel silenzio della politica, ampiamente collusa con l’opacità di quei provvedimenti, le poche voci contrarie si sono levate, in principio, dai senatori a vita Rubbia e Cattaneo. L’emendamento che ha posto un giusto limite all’HT è stato firmato e propugnato dalle senatrici a vita Segre e Cattaneo.

Ma perché mai due consecutive riforme costituzionali (la vecchia riforma Renzi, già bocciata, e la nuova riforma in attesa di ratifica referendaria) vogliono abolire o ridurre i senatori a vita?

A chi danno fastidio le persone capaci, oneste e indipendenti?

 

di Cesare Pirozzi                    

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