L’UOMO, LA NATURA E IL CORONAVIRUS

Non era un pesce d’aprile, anche se la data di pubblicazione su Il Messaggero è il 1° di questo mese, ma una notizia vera: il sito Vatican News ha pubblicato e poi rimosso uno scritto del padre gesuita Benedict Mayaki. Questi scriveva che “i cambiamenti nel comportamento umano dovuti alla pandemia del virus Covid-19 stanno portando benefici non intenzionali al pianeta”. Cioè che la drastica riduzione delle attività umane fa bene all’ambiente: i mari sono più puliti, l’aria più respirabile. Se l’economia ne soffre e, soprattutto, ne soffrono gli esseri umani, il pianeta sta tirando un respiro di sollievo.

Non era, sia chiaro, un discorso cinico. Al contrario, era un invito ad apprendere una lezione, in linea con il messaggio dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco del 2015. Enciclica che lancia un allarme accorato all’umanità intera ed ai governi di tutto il mondo sui danni che stiamo provocando al pianeta, e che propone di assumere l’ambiente come il problema prioritario di tutta l’umanità e della politica mondiale.

Evidentemente, però, il discorso è sembrato inopportuno in un momento di lutto, dolore e grande preoccupazione. È sembrato, forse, offensivo nei confronti di chi deve fronteggiare non soltanto un’emergenza sanitaria ed umana, ma anche una prospettiva di disoccupazione e di bisogno materiale.

Probabilmente per questo, l’articolo è stato rimosso. Tuttavia, con il dovuto rispetto per chi più soffre e per chi rischia la vita in questa grave emergenza, non è sbagliato riflettere sul suo messaggio.

Il 29 marzo scorso, Angel Luis Lara ha pubblicato su Eldiario.es un articolo che, con grande lucidità, mostra la relazione tra i nostri sconsiderati comportamenti e la nascita di questa pandemia. Soprattutto, indica il nesso causale tra le spinte economiche, con il loro impatto sull’ambiente naturale e i comportamenti umani, e la comparsa e diffusione del nuovo coronavirus. In particolare, cita alcuni studi scientifici che avevano – in anticipo rispetto all’attuale fenomeno epidemico e, quindi, in tempi non sospetti –  messo in relazione gli allevamenti intensivi industriali con il “salto di specie” dei virus e messo in chiaro il rapporto tra spinta economica, impatto ambientale e malattia.

La triste ma realistica conclusione che possiamo trarne è che questa pandemia, pur senza rendercene conto, ce la siamo voluta: è frutto della nostra imprevidenza e della nostra avidità, non di complotti internazionali né del destino cinico e baro.

Come già sostenevo nei precedenti numeri di Stampacritica, l’impatto ambientale delle attività umane è parte integrante di questa vicenda. Ma tutti gli abitanti del pianeta (compresi virus, pipistrelli ed umani) sono inscindibilmente connessi tra di loro, ed è estremamente stupido (oltre che molto dannoso) non valutare l’impatto ambientale delle nostre attività in modo attento e approfondito. Noi non siamo una variabile indipendente né, tanto meno, lo è l’economia. Tutto si tiene, e noi facciamo parte di questo tutto, assieme a pipistrelli e virus, anche se una miope quanto comoda cultura antropocentrica sembra impedirci di comprenderlo.

Certo, si può sbagliare e, infatti, molte volte abbiamo sbagliato: ma non per questo è lecito perseverare nell’errore.

Molto prima di questi anni travagliati, nel 1979, James Lovelock pubblicò “Gaia. A New Look at Life on Earth”. Sosteneva, sulla base di considerazioni scientifiche rigorose, che il pianeta Terra è un unico organismo, che tende ad autoregolarsi attraverso meccanismi di feed back. Come ogni organismo vivente, tende all’omeostasi e costituisce una inscindibile unità. Ecco perché, per esempio, la temperatura del pianeta non oscilla da un massimo di 127 °C a un minimo di -247 °C, come sulla luna, ma entro limiti molto più ristretti. Ecco perché è un pianeta abitabile. I venti, le piogge, le stagioni, le maree, le foreste… sono parti correlate di un unico organismo vivente, casa comune di virus, uomini e animali.

Voglio ribadirlo: Gaia, la Terra, è essa stessa – per prima – un organismo vivente; d’altronde, come può non essere vivo chi ha fatto nascere e continua a nutrire la vita?

Purtroppo, noi umani interferiamo pesantemente con i delicati equilibri di questa vita planetaria: con il “fine tuning” – la sottile e precisa sintonia – che la rende possibile*. Non soltanto modifichiamo il clima, ma avviciniamo specie che la natura tiene separate, creiamo concentrazioni artificiose di migliaia di animali che in natura non potrebbero mai realizzarsi. E tutto questo favorisce la nascita di malattie che non esisterebbero, se noi rispettassimo l’ambiente, la natura e le sue leggi.

Perché stupirsi, allora, se Gaia ogni tanto ci dà uno scapaccione? Non fanno così le madri, quando i figli esagerano davvero? Non dovrebbe forse difendersi, quando noi la minacciamo?

Beh… certo non voglio considerare il pianeta come una persona, non letteralmente. Voglio dire, piuttosto, che la Natura ha una straordinaria intelligenza. Non mi riferisco soltanto alle api o agli storni, che mostrano nel loro raffinato comportamento l’esistenza di una mente comune, che li guida armonicamente verso un comune scopo: questi esempi sono soltanto tra i più belli e visibili, ma se ne potrebbero fare a migliaia.

Per spiegarmi meglio, voglio raccontarvi la storia di una farfalla e di un’orchidea.

A Charles Darwin capitò di osservare un fiore straordinario (l’orchidea Angraecum sesquipedale) che cresce nel Madagascar. La sua eccezionalità consiste nell’avere un nettario (il “sacchetto” che contiene il nettare) lungo fino a 30 centimetri, ma strettissimo. Non si capiva come facesse a riprodursi, perché all’epoca non si conosceva nessun insetto impollinatore capace di raggiungere il nettare nascosto a quella profondità. Allora Darwin predisse l’esistenza di una qualche farfalla con una proboscide di almeno 30 centimetri, che ancora nessuno aveva mai visto. Ovviamente, fu preso in giro. Ma la farfalla fu identificata nella stessa regione circa 40 anni dopo la predizione di Darwin e fu, appunto, soprannominata “predetta” (Xanthopan morganii praedicta).

In sostanza, l’evoluzione ha prodotto due piccoli esseri (l’orchidea e la farfalla) ciascuno più improbabile dell’altro, ma perfettamente complementari e dipendenti l’uno dall’altro.

Per caso? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò. La natura è intelligente, certamente più di noi umani, che pure tanto ce la scoattiamo. Anche nel senso che ogni evento naturale ha le sue ragioni, anche se le ignoriamo e, ignorandole, le chiamiamo casualità. È la “natura naturans” di Giordano Bruno.

Ma forse, queste ragioni a noi ignote hanno fatto sì che ci fosse la pandemia da coronavirus. Che a noi non fa bene, ma al pianeta sì. Come padre Mayaki aveva ben compreso.

Quindi non è vietato, mentre giustamente piangiamo i nostri morti, lodiamo i nostri eroi e ci preoccupiamo degli enormi danni economici della pandemia, che noi prendiamo in considerazione anche altri fatti.

Sì, il pianeta ha avuto sollievo da questa pandemia: questa è riuscita dove i protocolli di Kyoto e di Parigi hanno fallito. Si direbbe che la Terra voglia prendersi un anno sabbatico dai danni che le facciamo. Forse, Gaia ha reagito ai nostri reiterati oltraggi.

Altre nostre abituali follie – così abituali che non ci facciamo più caso, a meno che non ci colpiscano personalmente – sono scomparse del tutto o quasi. Non ci sono più i morti del sabato sera. Non ci sono più pedoni investiti dalle automobili. Non ci sono più le migliaia di morti né le decine di migliaia di invalidi per incidenti stradali. E nessuno ha ancora calcolato di quanto le patologie da inquinamento atmosferico possano diminuire: quelle che provocano 8,8 milioni di morti l’anno nel mondo, oltre 900.000 in Europa (scusate se cito di nuovo la fonte di questi numeri, ma sarebbe troppo facile essere scettici: European Heart Journal, 21 May 2019, una qualificata rivista di cardiologia).

La pandemia da Covid19 ci ha dimostrato due cose: che cosa succede se si antepone l’economia all’ambiente, e che cosa succede, invece, quando si pone l’economia al secondo posto per importanza, dietro alla vita.

E, se è vero che siamo una specie intelligente, non dobbiamo tornare indietro, ai comportamenti di prima; ma andare avanti, verso comportamenti nuovi.

Il come, non lo sappiamo ancora completamente, anche se molte cose già si sanno; ma continueremo a scoprirlo passo dopo passo. Intanto, per cominciare, bisogna pur prendere coscienza del problema.

Vale la pena di provare, non vi pare?

di Cesare Pirozzi

*Fine tuned universe: una sensata teoria della fisica, basata sul fatto che la vita è possibile solo in un range molto stretto dei valori delle costanti fisiche universali (cfr.: A Fine-Tuned Universe, Alister E. McGrath, Westminster John Knox Press, 2009). Ma anche in un range ristretto di condizioni ambientali. Per inciso, l’espressione “fine tuning” si usa anche in economia, per indicare gli interventi delle autorità governative in risposta a fluttuazioni all’interno del sistema economico.

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