Un’altra reporter uccisa in Messico

Otto colpi per zittire la nemica dei narcos.

María Elena Ferral stava risalendo in auto, quando i proiettili l’hanno raggiunta, lacerandole un braccio, una gamba e l’addome.

Il 30 marzo scorso la donna è stata avvicinata in pieno giorno da due uomini armati col viso coperto in sella ad una moto, uno dei quali ha fatto fuoco.

Poche ore dopo, María Elena Ferral cinquant’anni e madre di due adolescenti, è mortaall’ospedale regionale di Papantla, nel nord dello Stato di Veracruz. E’ il secondo reporter assassinato dall’inizio dell’anno in Messico, ma dal 2006 sono ben cento i giornalisti uccisi a dimostrazione del fatto che stiamo parlando del Paese più pericoloso e rischioso per chi svolge questa professione. Delitti rimasti impuniti nel 99 per cento dei casi.

Lo stato di Veracruz è noto per le violenze delle bande legate ai narcotraffici che non risparmiano i cittadini. Oltre agli scontri tra bande, in cui capita che restino coinvolti dei civili, i criminali eliminano anche attivisti, leader delle comunità, politici o – come in questo caso – giornalisti che con il loro lavoro cercano di denunciare abusi e illeciti.

E’ difficile contare le vittime fra gli operatori dell’informazione in un Paese dove quello di giornalista è spesso il secondo o il terzo impiego per riuscire a sbarcare il lunario. Soprattutto fra gli impiegati dei piccoli media locali. Soprattutto nelle zone “periferiche”. Come il Veracruz, lo Stato più letale – con un bilancio di 28 vittime – della nazione più pericolosa per i reporter.

Ma torniamo ai fatti.

María Elena Ferral, direttore del sito Quinto Poder e articolista del Diario di Xalapa, era specializzata nella copertura del narcotraffico e dunque pubblicava inchieste sulle attività criminali e la corruzione tra malaffare e agenti di polizia. Aveva più volte rivelato i legami simbiotici tra la criminalità organizzata e interi pezzi di istituzioni veracruzane occupandosi inoltre delle scomparse forzate nella Sierra di Papantla, uno dei buchi neri del Messico dove, secondo le cifre ufficiali, si sono registrati oltre 60mila desaparecidos negli ultimi 12 anni.

Non a caso la Ferral, nel 2005 aveva ricevuto il Premio Nacional de Periodismo, il riconoscimento che ogni anno viene attribuito a quei giornalisti che si distinguono per l’impegno e il senso civico con cui conducono il proprio lavoro.

I motivi dell’omicidio restano per ora incerti e non ci sono indagati. Tuttavia, la stampa locale evidenzia che la reporter era stata minacciata di morte nel 2016 e aveva ricevuto una scorta, poi revocata poco tempo dopo.
Fu proprio nel 2016 infatti che dopo una serie di inchieste sull’ex sindaco di Coyutla, Camerino Basilio Picazo Pérez, aveva denunciato pubblicamente di aver ricevuto minacce da quest’ultimo. Denunce rimaste inascoltate e che hanno portato alla morte di questa donna, dedita al suo lavoro e a far emergere la verità sommersa di collusioni e corruzioni nel mondo del narcotraffico.

Così, a pochi giorni dal suo assassinio, a Papantla, alcuni cronisti hanno manifestato per chiedere allo Stato di accordare maggiori tutele al mondo dei media, e per chiedere che sulla morte della collega sia fatta luce, che possa prevalere anche nelle indagini gli stessi valori di verità e trasparenza che María Elena Ferral metteva nelle sue inchieste.

Hanno gridato giustizia in un Paese che non conosce neanche lontanamente il significato di questa parola, ma lo hanno fatto affinché, l’ennesima morte di un reporter non rimanga ancora e sempre un atto impunito.

di Stefania Lastoria

 

 

 

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