Ciao, Bella Ciao, Helin Bölek

Helin Bölek, una rosa rossa, un garofano rosso, una canzone partigiana “Ciao Bella Ciao”. Helin Bölek, cantante del gruppo della sinistra comunista turca Grup Yorum, è morta, aveva 28 anni. È stata lasciata morire dopo 288 giorni di sciopero della fame. “Digiuno alla morte” così lo definiva, per protestare contro il regime repressivo di Erdogan in Turchia. Un gesto artistico di resistenza, un atto partigiano: la vita per la libertà. Un sacrificio per la giustizia e la fratellanza, contro le disuguaglianze e le emarginazioni. La vita donata per ribadire il diritto delle minoranze, il diritto dei profughi, il diritto di cantare nelle piazze Ciao bella ciao.

È morta tra le braccia di sua madre che le teneva le mani, che l’accudita fino all’ultimo giorno. Al suo funerale, vietato dalla polizia ci sono stati scontri con la folla di militanti che accompagnava Helin. La sua bara portata a spalla dalle donne che intonavano le canzoni rivoluzionarie dei Grup Yorum, un gruppo fondato nel 1985 da quattro giovani universitari, ha cambiato più volte formazione contando più di 50 musicisti che si sono alternati, arrivando ad una formazione di 20 attivi fino all’ultimo concerto. Poi li hanno arrestati. Più volte nel corso degli anni, repressi dalla polizia politica turca. Accusati di terrorismo. Accusati di fornire armi. Mai processati. Sempre torturati e reclusi. I loro album sono stati sequestrati e i loro concerti proibiti. I musicisti arrestati e torturati. Anche i loro fan erano perseguiti e sottoposti ad atti di violenza dalla polizia solo perché avevano un loro disco o cantavano una loro canzone.

Helin era la voce dei Grup Yorum, una delle più giovani. Avevano venduto milioni di dischi, le piazze erano stracolme, i loro concerti inni alla libertà contro la dittatura. Ogni volta venivano vessati dalla polizia che facendo irruzione nel loro centro distruggeva gli strumenti. Grup Yorum, con la voce di Helin ha scritto importanti testi che raccontano la storia della Turchia e dei popoli oppressi di tutto il mondo. Helin è stata lasciata morire dopo 288 giorni di “digiuno alla morte” perché rivendicava il diritto delle donne a non essere più sfruttate, violentate o stuprate. Usando testi delle diverse lingue del territorio anatolico, tra cui il Kurmancî, l’arabo, il Iaz, lo Zazaki, l’Armeno, Grup Yorum ha scritto un’altra storia della Turchia, delle sue resistenze, delle sue lotte, dei suoi soprusi e delle sue violenze e torture. I musicisti, attivisti militanti, danno voce agli sfruttati, agli emarginati, a chi sciopera, a coloro che hanno perso familiari per la violenza dello Stato. Canzoni popolari di protesta, canzoni con il pugno chiuso che raccoglie il sangue versato sulle piazze.

I musicisti del gruppo, quasi tutti incarcerati e torturati, anche Helin era in carcere. Il 16 maggio del 2019, insieme al bassista del gruppo, Ibrahim Gökçek, iniziano lo sciopero della fame chiedendo giustizia e diritto ad esprimersi per i Grup Yorum. A gennaio 2020 decidono di convertire lo sciopero della fame in“digiuno alla morte” una forma di resistenza artistica che prevede il digiuno fino alla morte se le richieste non vengono accolte. L’unica forma d’arte, per un artista è morire per i propri ideali. Erano stati trasferiti in ospedale per l’alimentazione forzata, da loro rifiutata. Portati a casa, nelle loro abitazioni, qui Helin è morta il 3 aprile, Ibrahim continua il digiuno alla morte. Davanti alla sua bara, Ibrahim su una sedia a rotelle, allo stremo delle forze, carezza il volto di Helin, mentre tiene una sua foto pronuncia queste parole “È una giornata storica per il mondo intero.

Un’artista ha perso la vita mentre metteva in scena la sua arte, lottare fino a morire. Hanno ucciso una artista”. Il corpo di Helin è coperto da una bandiera rossa. Ibrahim non ha più lacrime, è un teschio senza palpebre, solo pelle e ossa, aspetta di riabbracciare Helin, tra qualche giorno, ormai sono più di 300 giorni di digiuno alla morte. Trecento giorni di rappresentazione artistica per gridare al mondo: libertà. Intorno alla bara tanti fiori rossi, tante lacrime, tante canzoni. La madre, le sorelle, le compagne, sono lì, non la  lasciano sola, non la lasciano andare. Piangono e cantano. L’accarezzano. Così la madre, che vediamo nel video, l’accarezza dolcemente, le lava i piedi, le passa una mano sulla fronte, sa che sua figlia morirà, che sta morendo e non la lascia un attimo. Vive con lei gli ultimi momenti, con l’amore di una madre per la figlia, con la Pietà che depone ai suoi piedi i fiori e l’amore in un gesto di speranza che non ci sarà. La madre vede la figlia spegnersi giorno dopo giorno, in quel gesto che chiama resistenza artistica contro il sopruso e per la libertà. Una madre che comprende, come Maria ai piedi della croce, il sacrificio del figlio per salvare l’umanità.

Ma il dolore rimane, tutto. Intatto e profondo. Il dolore di vedere una figlia morire prima della madre.  La polizia spara, il fumo copre tutto e toglie il respiro, non si vede più niente, ma si sentono le voci. Si sente cantare. La bara, di assi di legno di cedro, ricoperta di garofani e rose rosse, avvolta dalla sua bandiera rossa, prosegue, tra il fumo e le cariche, tra gli scudi e le manganellate, tra gli spruzzi gelati degli idranti, prosegue lentamente, dondolata sulle spalle delle donne che continuano a cantare. La voce di Helin è la voce di centinaia di donne che cantano con lei: Ciao Bella Ciao, Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina mi son svegliata…sapendo che sarai sempre sveglia nei nostri cuori.

 Ciao bella Helin.

di Claudio Caldarelli

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