Virus e Civiltà

La civiltà che l’Europa ha cominciato a fondare duemilacinquecento anni fa in Grecia, e che ora si mostra dominante sulla Terra, si trova sulla soglia cruciale di un redde rationem, di un rendi conto che avvolge dentro un unico bruciante istante il suo passato, presente e futuro. Se non volevamo accorgerci del rischio di sopravvivenza cui lo sviluppo dell’Occidente sta esponendo l’intero pianeta, ora siamo costretti a farlo, perché a essere minacciata direttamente è la stessa vita biologica e sociale umana. Non abbiamo voluto vedere che dando per scontata la manipolazione, la trasformazione sempre più violenta e profonda della natura, di ogni suo ente organico e inorganico, violentavamo, distruggevamo anche noi stessi.

Homo homini lupus, Ogni uomo è lupo per l’altro uomo, e Bellum omnium contra omnes, ossia la guerra di tutti contro tutti, sono due grandi massime del filosofo inglese Thomas Hobbes del 1600. La Politica, come precipuo prodotto storico del moderno homo occidentalis, doveva porsi il compito di rimediare a tale ancestrale stato originario. In questo compito, però, l’uomo svela il suo pelo di lupo feroce contro la natura. Il Leviatano, il mitologico mostro la cui forza immane è quella di tutti gli uomini riuniti sotto lo Stato, finisce per abbattersi in modo irreparabilmente soverchiante contro l’uomo stesso, in quanto pure lui ente della natura. Produzione di Leviatano a mezzo di Leviatano, potremmo dire, il mostro divoratore che divora sé stesso. Il bio-potere, ossia quell’assetto politico della civiltà, che deve garantire vita, ordine e sicurezza, in cambio di un generale pactum subiectionis, si rovescia in minaccia, caos e morte per l’uomo stesso.

Lo vediamo in questi giorni. L’intangibile patto di garanzia della vita umana è posto di fronte alla ragione stessa di sottomissione a quel patto: la riproduzione materiale della vita.  Ed è posto in maniera tragica, ossia senza possibilità di conciliazione, soluzione. Riattivare completamente il sistema industriale, distributivo, commerciale, culturale, spirituale di produzione e riproduzione della vita umana significa ora esporla proprio al massimo rischio della sua distruzione. E anche se tale rischio questa volta sarà scongiurato, non lo sarà mai più in modo sufficientemente stabile, ma solo in maniera altamente provvisoria. Pandemico, infatti, è innanzitutto il sistema produttivo-riproduttivo stesso della vita umana. Pandemia, nella sua radice etimologica, ha dentro sia Pan, tutto, sia Demos, comunità, popolo. Il significato tradizionale di malattia che attacca tutto il popolo, si svela improvvisamente nell’accezione rovesciata di tutto il popolo che attacca sé stesso come male. La necessità di salvaguardare la propria salute biologica è superata da quella della produzione: tragicamente, inconciliabilmente. La necessità sanitaria dice all’uomo: “Resta ancora a casa”, quella produttiva: “Torna subito da me”. Il richiamo è potente, perché l’umano non può fare a meno di distruggere tutto, sé compreso. Alla stessa stregua del profitto che ha l’insopprimibile necessità riproduttiva di distruggere incessantemente le merci che costruisce, distribuisce, conferisce al macero. Il profitto è il mezzo escogitato dall’uomo per far fruttare una massa di denaro chiamata capitale, più di un deposito bancario, per sottrarla – soprattutto – all’imprevedibilità degli andamenti speculativi e svalutativi. Una volta investito, il capitale è obbligato sopra ogni altra cosa a produrre profitto, valore.  Non conta e non può contare nient’altro. Non è un mero fatto morale. Ogni spesa, ogni esborso sottratto a questo scopo è un attentato alla sua sopravvivenza e riproduzione. La salvaguardia della salute ambientale e umana ha un costo che sottrae valore al profitto. Anche una crescente spesa per la ricerca scientifica ai fini della salute umana e planetaria sottrarrebbe ricchezza al profitto. Soprattutto quando questa ricerca comincia a capire che è invece il profitto che la sottrae al necessario potenziamento dei mezzi di salvezza.

“Che cos’è una rapina in banca a confronto della fondazione di una banca?”, scrisse il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht. Ma quando è il nuovo capitale finanziario virtuale a rapinare quello materiale tradizionale? Ci riferiamo alla bolla speculativa che è sfociata in uno dei più estesi e ancora in atto effetti domino della storia economica occidentale, quello originato nel 2008 dalla crac della Lehman Brothers. È così capillarmente e profondamente radicata la necessità capitalistica di estrarre profitto che – anche non ci fossero più risorse naturali da sfruttare – esso non potrebbe che essere ugualmente perseguito a ogni costo e come fine in sé. È proprio quello che cerca di fare la tecno-finanza: agganciarsi come un virus alle già vetuste e occluse vie respiratorie della vecchia economia reale, utilizzandola come mero organismo ospite, per la produzione di profitto monetario a mezzo profitto infetto virtuale.

Su questa cruciale soglia della civiltà noi non possiamo fare a meno, hic et nunc, ora e qui, di essere spinti fuori di casa per tornare a esporci al contagio e alla produzione. Fosse vissuto oggi, Hobbes avrebbe allora così sentenziato: Homo homini virus. “Sì, ma domani è un altro giorno – le avrebbe risposto Rossella O’Hara nella scena finale di Via col vento, aggiungendo poi dentro di sé – già ora”. 

di Riccardo Tavani

 

 

 

 

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