Vittorio Luigi Castellazzi: “Ascoltarsi, ascoltare”

Recensione di Francesca Mara Tosolini Santelli

Il libro di Castellazzi può essere letto da due punti di vista differenti: da un lato c’è la metodologia, la tecnica con la quale imparare, quanto più possibile, ad instaurare delle buone relazioni basate sull’ascolto, di sé stessi e degli altri.

Anche se “l’ascolto empatico non è tuttavia riconducibile ad una semplice modalità tecnica che si può programmare a tavolino o che si può apprendere sui libri. E, come osserva Greenson (1960, ed. it. p. 147), non può neppure essere insegnato. (…) Non si può cioè essere più empatici di quanto si sia in realtà”1.

Da un altro punto di vista, che certamente è quello che ho apprezzato di più, è un racconto profondo su ciò che accade dentro noi stessi nel momento in cui decidiamo di ascoltare davvero la nostra voce interiore, e quindi come ci predisponiamo anche all’ascolto dell’altro.

Come afferma l’autore, viviamo in una società in cui la fretta, la velocità, il “non perdere tempo” sono tutte regole assolute, che in qualche modo decidono per noi e ci organizzano la vita.

Siamo ormai troppo convinti di fare tutto e nel più breve tempo possibile, senza renderci più conto di cosa dovrebbe venire dopo quel tutto.

Corriamo, e nella corsa perdiamo quanto di più autentico e profondo potremmo invece accogliere, cioè le relazioni con le altre persone e con noi stessi, quelle emozioni che riempiono davvero l’esistenza di ognuno di noi, perchè “ogni conoscenza comporta anche un’emozione”2. Ed ogni incontro implica anche un cambiamento in entrambi i soggetti, nessuno rimane lo stesso dopo aver parlato, ascoltato, osservato, qualcun altro.

In questa nostra società tutti parlano e pochi ascoltano, si è persa la capacità di avvicinarsi emotivamente agli altri, ma soprattutto (e si parte da lì), di avvicinarci a noi stessi.

È facile pensare che la parola “ascolto” presupponga che si tratti di un’operazione da fare con gli altri. Ascoltare qualcuno, ad esempio. In realtà, questo difficile, quanto fondamentale, esercizio di libertà, parte proprio da noi. Siamo soli all’inizio: “Quel venire-nel-mondo che dà inizio alla vita propria di ciascuno accade quando l’abbraccio si scioglie e ci si trova esposti all’aria e alla luce scoprendo sé stessi soli. Venire al mondo è tutt’uno con il fare esperienza della propria solitudine ontologica”3. E spesso questo può fare paura, perchè: “incamminarci in queste strade non è facile. Noi conosciamo solo una piccola parte di noi stessi. (…) D’altra parte, se per difficoltà, per pigrizia o per timore, evitiamo di sondare gli angoli più riposti della nostra esistenza, corriamo il rischio di diventare estranei sia a noi stessi che agli altri”4.

Un ascolto sincero, quindi, per non tradire sé stessi. In fondo, il tradimento di sé stessi, implica anche quello degli altri. È un atto circolare: se ci ascoltiamo riusciamo ad ascoltare anche gli altri, o quanto meno siamo nella posizione per poter iniziare a farlo, e quindi siamo trasparenti con noi e con loro. Ma se questo ascolto viene meno, la possibilità di guardarci dentro sparisce e ci ritroveremo a far vivere qualcuno che non è “io”, che non ci appartiene, e che sarà l’interfaccia con cui tutti gli altri si troveranno a confrontarsi.

Castellazzi ci ricorda che per un buon ascolto c’è bisogno di silenzio, dobbiamo perciò andare alla ricerca di un “equilibrio sonoro”: “Dobbiamo cioè avere il coraggio di lasciare, almeno di tanto in tanto, le varie protesi acustiche che ci seguono come un’ombra e sentire finalmente il silenzio”5 .

Il sociologo Le Breton parla del silenzio come “resistenza” al rumore del mondo, che ci circonda e spesso ci sommerge: “È un luogo di interiorizzazione, una buona via d’uscita dai vincoli sociali e dalle aspettative della vita quotidiana, un tuffo in sé stessi, non per solipsismo ma per ricongiungersi invece con una parte di universalità”6.

Nel momento in cui decidiamo di stare da soli con noi stessi, e di abbandonare questi rumori esterni, c’è subito un altro frastuono, ben più forte e stridente, che si fa sentire: è il nostro rumore interiore che, se non gestito, può addirittura mettere così paura da farci soccombere.

Dobbiamo imparare a conoscere le nostre emozioni, accettandoci per ciò che siamo e scoprendo questo mondo interno attraverso l’ascolto, più trasparente possibile, di noi stessi, vivere “il nostro spazio privato” con assoluta sincerità e accettazione.

Togliersi la maschera, quindi, anche se scopriremo che l’immagine che desideriamo di noi probabilmente sarà completamente diversa da quella reale.

Ed è proprio qui il momento cruciale: possiamo decidere di accettarlo, tollerarlo e vivere con noi stessi, o possiamo rifiutare ciò che abbiamo scoperto, costruendoci un mondo parallelo dove tutto coincide con il conformismo e le regole sociali.

Ovviamente, l’ascolto di noi stessi sarà in ogni caso influenzato da alcune distorsioni che, anch’esse, fanno parte di noi e sono dovute al narcisismo primario che ci accompagna dalla nascita. Non sarà quindi possibile fare un’autoanalisi completa di sé stessi.

Ma: “l’entrare in contatto con il proprio mondo interiore e riconoscerlo in tutta la sua verità, anche se talvolta può angosciare perchè non corrispondente all’immagine cosciente che si ha di sé stessi, è certamente meno pericoloso che lasciare libero spazio all’azione silenziosa delle dinamiche inconsce. La conoscenza profonda di sé è l’unica vera strada per il conseguimento del proprio benessere psichico”7.

Ma quando il nostro ascolto è davvero difficoltoso, possiamo ricorrere al meccanismo difensivo ed inconscio della resistenza, per proteggere l’Io dalla sua vera natura: “Senza volerlo, possiamo dunque essere dei sinceri bugiardi”8.

Condivido molto una frase che mi ha particolarmente colpita, nel testo: “L’ascolto di noi stessi può insomma definirsi onesto e autentico solo se sappiamo riconoscere che camminiamo costantemente sul filo fragile e traballante dell’ambiguità”9.

Questa affermazione è in parte pericolosa, quanto vera. Credo che ognuno di noi debba, ad un certo punto, fare un salto proprio su quel filo, e cercare di rimanere in equilibrio costante, nonostante il vento forte e le vertigini.

Una volta riusciti a fare questo, come ci suggerisce l’autore, saremo in grado di porci nella condizione di ascoltare l’altro, cercando di accompagnarlo nella ricerca del proprio sé: “vediamo, sentiamo e ascoltiamo gli altri nella misura in cui si è capaci di vedere, sentire e ascoltare noi stessi”10.

Una situazione in qualche modo contrastante, perchè per essere noi stessi abbiamo bisogno degli altri, che ci rimandano la nostra immagine, ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di essere indipendenti per non rischiare di diventare una copia identica all’altro, differenziarsi ognuno con le proprie caratteristiche e particolarità.

Anche in questo caso si tratta di equilibrio, tra il falso Sè e il vero Sè.

Al di là delle pressioni o addirittura delle minacce del mondo esterno, non si deve mai cessare di ascoltare sé stessi”11. Un mondo esterno che a volte ci è così familiare da farci sentire sbagliati o in errore. Ma ci si deve sforzare di pensare che le cose non sono mai totalmente come ci sembrano, o ci sono sembrate fino a quel momento, e che il nostro “vero Sè” è in continua evoluzione e ci comunica costantemente messaggi, più o meno chiari: “Noi siamo fatti di tempo. Veniamo da un passato su cui nulla si può fare, se non riconciliarsi con esso, e andiamo verso un futuro rispetto al quale si nutre la speranza di trascendenza. Ma perché il futuro sia apertura a una trasformazione dell’esserci pensosamente orientata dal centro dell’anima e non una mera replicazione del passato, è innanzitutto necessario acquisire conoscenza di sé stessi, cioè essere capaci e disposti a una comprensione vera delle cose, perché comprendere è la condizione che rende possibili altre inedite vie dell’essere”12.

Quando riusciremo a raggiungere uno spazio interiore di tranquillità, riusciremo anche a predisporci all’altro senza giudizio alcuno e accettando anche le sue emozioni, perchè “l’ascolto dell’altro non si snoda lungo un registro semplicemente cognitivo. Non impegna solo la testa. Richiede un itinerario emotivo-esistenziale”13.

Ci si ascolta e si ascolta per un bisogno di riconoscimento proprio, o un riconoscimento dato dagli altri, una necessità che si lega profondamente all’idea dello sguardo accogliente della madre fin dai nostri primi giorni di vita, ed anche prima.

Una sensazione che ci permette di dare senso alle nostre emozioni, anche quelle meno consuete o spaventose, forse soprattutto quelle.

Un mettersi a nudo nei confronti di un essere altro, che ci guarderà dall’interno, nel profondo. Una nudità che non può essere mascherata dai ruoli convenzionali di cui tutti, più o meno, siamo schiavi.

Un aspetto importante dell’ascolto è la parola, intesa non solo come parola parlata, ma nel significato che trasmette, nella parola nascosta nei gesti, negli sguardi e, certo, nelle parole vere e proprie: “Le parole non sono mai semplici articolazioni di suoni. Non sono solo fonemi. Dicono sempre qualcosa. Non esistono parole asettiche, disincarnate. In ogni parola vi è racchiuso un vissuto personale fatto di sentimenti, emozioni, desideri e bisogni”14.

È per questo che dovremmo avere la sensibilità di “andare al di là delle parole”. Perchè narrano sempre l’esperienza, l’esistenza di qualcuno: “le parole rivestono una dimensione emotiva”15.

E ascoltare le parole significa spesso ascoltare anche i silenzi che parlano, molto più delle parole stesse. A volte, ci rendiamo conto che usiamo parole a caso, solo per riempire dei silenzi che, se ascoltati, ci racconterebbero tanto di più: “Quando una parola si porge attraverso la sua qualità di silenzio, contiene una rara potenza”16.

Imparare ad accogliere e coltivare il silenzio ci permette di imparare ad ascoltare: “Il silenzio è anche una forma di contemplazione, un omaggio reso alla bellezza del mondo (…). È una forma di comunicazione, dal momento che tacere insieme è il privilegio dell’amore o dell’amicizia, della confidenza. Parlare non è necessario quando i volti sono in accordo”17.

Ascoltare significa, inoltre, non dare giudizi. Ci dimostra che nessuno è autonomo, che abbiamo bisogno degli altri, che viviamo in una rete di relazioni.

Quando, nell’ascolto, capita che ci siano malintesi o non avvenga un processo di comprensione “l’origine del malinteso va cercato nella mancanza di un vocabolario di significati effettivamente e affettivamente condivisi”18. Perché “Ogni vissuto affettivo lascia tracce. Un vissuto, una volta che è accaduto, resta nell’anima anche se di esso non v’è coscienza”19.

È vero, infatti, che non potremo essere mai in grado di comunicare e quindi di ascoltare o farci ascoltare da chiunque. Ci deve essere una base di fondo condivisa, non solo vissuta nell’esperienza, una vicinanza etica, morale e affettiva che ci accompagna sulle stesse vie di una possibile e reciproca comprensione: “l’ascolto empatico non lo si instaura con tutti e non sempre allo stesso modo e allo stesso grado. Con alcuni ci si sente in piena sintonia, con altri meno”20.

Per questo motivo è importante sempre considerare anche il contesto di chi parla e “entro cui una parola viene pronunciata. Bisogna cioè saper cogliere la storia, la cultura, i valori, i simboli a cui il proprio interlocutore si riferisce”21.

Un “ascolto dialogico”, quindi, che diventa creativo nel momento in cui si occupa delle dimensioni del dare e del ricevere. Un atto capace di trasformazione di entrambi i partecipanti, perchè ci si pone in condizione di accettare il nuovo, qualcosa di diverso dalla nostra percezione del mondo.

Una comunicazione fatta di parole e di corpi: “Il nostro corpo e il corpo dell’altro sono corpi vivi, corpi vissuti. Soprattutto, sono corpi-biografia, corpi-messaggi, corpi che parlano, che comunicano, che possiedono un loro linguaggio. Sono corpi, quindi, che vanno ascoltati”22. E, nel corpo, nulla parla di più del volto e degli occhi, che sono in grado di trasmettere emozioni profonde, sincere, vere.

Fare attenzione agli sguardi ma allo stesso tempo concentrarsi anche sul “rumore” della voce degli altri, il timbro, il suono, la sua modulazione, che possono descrivere qualcosa di completamente diverso dalle parole che si pronunciano proprio in quel preciso momento: “ascoltare la voce è ascoltare il cuore dell’uomo”23.

Ma ascoltare presuppone un preciso lavoro di concentrazione, di predisposizione all’altro, perchè ascoltare è diverso da udire: “Se l’udire riguarda l’orecchio, l’ascoltare impegna il cuore”24.

Ascoltare il dolore, la gioia, la sorpresa, l’indicibile, la paura, l’inquietudine, lo sforzo, di sé stessi e degli altri. Un atto possibile solo nel momento in cui siamo predisposti a comprendere noi stessi e in seguito gli altri, attraverso un sentimento fondante e fondamentale: l’amore.


1 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 96.

2 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 10.

3 Luigina Mortari, La sapienza del cuore, Pensare le emozioni, sentire i pensieri, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, pag. 90.

4 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 16.

5 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 18.

6 David Le Breton, Sovranità del silenzio, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2016, pag 9.

7 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 27.

8 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 31.

9 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 32.

10 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 34.

11 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 41.

12 Luigina Mortari, La sapienza del cuore, Pensare le emozioni, sentire i pensieri, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, pag. 62.

13 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 44.

14 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 57.

15 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 59.

16 David Le Breton, Sovranità del silenzio, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2016, pag 51.

17 David Le Breton, Sovranità del silenzio, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2016, pag 10.

18 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 80.

19 Luigina Mortari, La sapienza del cuore, Pensare le emozioni, sentire i pensieri, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017, pag. 58.

20 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 96.

21 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 88.

22 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 107.

23 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 122.

24 Vittorio Luigi Castellazzi, Ascoltarsi, ascoltare, Magi Edizioni, Roma, 2011, pag. 124.

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