GUELFI E GHIBELLINI

Nel primo lock down, quello più duro, sembrava che gli italiani si fossero ricordati di essere un sol popolo. Erano comparse dappertutto le bandiere, si respirava un clima solidale. Si avevano parole di riconoscenza per chi si prodigava, non senza rischio, nella cura dei malati.

Ed ora?

Le regioni e i comuni litigano tra di loro e con il governo, le categorie scendono in piazza per rivendicare i loro diritti, e ci si infiltrano in mezzo i soliti facinorosi: tra i quali anche le categorie non tutelate, come gli spacciatori di droga, cui il governo non riconosce alcun “ristoro”.  Governo ladro! Il clima politico è avvelenato. Tutti si ricordano di essere guelfi o ghibellini, ma dimenticano di essere egualmente italiani, secondo la nostra peggiore tradizione. O forse dimenticano di essere egualmente umani: stessi problemi, stessa vulnerabilità, stesso desiderio di vivere e di star bene. La vera patria dei politici è di nuovo il partito, se non un ancor più misero e privato “particulare”.

Ma dalla pandemia ci si salva insieme, o si soccombe insieme. È malattia collettiva. Certo, ciascun individuo può essere più o meno fortunato, o sperare che muoiano solo gli altri, magari i vecchi, che non sono più produttivi. Ma la morte è cieca, non si può dire chi e dove colpisce, con buona pace di negazionisti ed egoisti.

Per questo è miope prendersela col governo, le regioni, il comitato tecnico e via enumerando. Per qualunque provvedimento si può dire che sarebbe stato meglio prenderne un altro. Ma forse sarebbe ora di cambiare ottica: smetterla di guardare le colpe degli altri e riconoscere le proprie. Il covid ci riguarda tutti, proprio tutti, ognuno con la sua piccola o grande responsabilità.

In teoria, non ci sarebbe ragione per questa recrudescenza epidemica. C’è sempre stato l’obbligo di tutelare e tutelarsi con la mascherina, le sanificazioni, la distanza. Ma allora perché i contagi sono di nuovo aumentati? Allora, forse è meglio cercare di capire le cause, anziché cercare le colpe, ovviamente degli altri.

La prima causa, secondo me, è che quelle regolette sono state prese un po’ sottogamba da troppe persone. Ancora adesso si incontra qualcuno senza mascherina o con la mascherina vezzosamente posta ad ornare il mento. Non solo per strada, ma anche nel portone del condominio, al mercato, in treno e in qualche negozio. Sono una minoranza, è vero, ma ne bastano pochi. La mascherina è un atto di rispetto verso il prossimo, oltre che di autoprotezione, eppure ad alcuni pesa troppo: la mamma degli stronzi è sempre incinta. D’altronde, nessuno obbligava gli italiani ad andare in discoteca, a fare l’happy hour, a sospendere ogni elementare misura prudenziale. Il problema non è che si va a scuola o al lavoro: è come ci si va. Se l’epidemia è ripartita, purtroppo, ce la siamo voluta.

Inoltre, temo che le mascherine siano troppo spesso usate male, magari involontariamente. Ad esempio, molti indossano mascherine inefficaci: sono quelle che portano sulla confezione la dicitura “non è un presidio sanitario”. Si vendono dappertutto, spesso te le regalano, ma nessuno ne ha mai testato l’efficacia. Magari sono più accattivanti esteticamente, ma gli stessi produttori ti avvertono che potrebbero essere del tutto inutili. Allora perché usarle?

Poi ci sono le cosiddette mascherine chirurgiche. Sono un presidio sanitario e si vendono in farmacia, ma non proteggono chi le indossa. Potremmo chiamarle mascherine altruistiche, perché chi le indossa protegge gli altri da sé, ma non sé dagli altri. Vanno già meglio, ma dopo qualche ora perdono di efficacia. Andrebbero cambiate con una certa cadenza. Lo si fa? Quindi, chi le indossa non è mai difeso se incontra qualcuno senza mascherina, ma smette anche di proteggere gli astanti se la porta troppo a lungo.

L’ideale sono le cosiddette FFP2: proteggono anche chi le porta, e possono essere usate a lungo. Sono un po’ più fastidiose, ma non esageriamo: è molto meglio del covid.

Per mia esperienza, queste quattro cose banali molti non le conoscono. E questa è proprio una responsabilità della “cosa pubblica” nel suo insieme (dai comuni al governo), perché nessuno ha dedicato tempo e soldi a divulgare capillarmente queste poche regole e controllarne l’applicazione. Guelfi e ghibellini sono troppo presi dalle loro liti, per occuparsi del bene comune.

Eppure, riducendo i contagi, avevamo allentato la morsa dell’epidemia anche senza vaccino. Lo stesso l’Australia, nonostante che lì fosse inverno: è scesa dagli oltre 700 casi/giorno del 30 luglio agli 8 dell’11 novembre. Senza vaccino, ma con le tre solite, banali, facili misure. Ma se non si continua, è tutta fatica sprecata. E questa è responsabilità di tutti, sia guelfi, sia ghibellini: qualcuno in posti di grande responsabilità, qualcun altro con la piccola responsabilità di ogni semplice cittadino.

Trovo poi fuorviante l’attesa messianica del vaccino anti covid. Il vaccino verrà, e sarà d’aiuto, ma anche senza ci si può e ci si deve difendere. Perciò non serve correre, testiamolo bene. Dobbiamo porci l’obiettivo di sconfiggere il covid prima che arrivi il vaccino, non di coltivarlo in sua attesa. La mascherina non ha certamente effetti collaterali, il vaccino si vedrà. La mascherina ha efficacia del 100%, se la usiamo bene, il vaccino certamente no. Ma, chissà perché, guelfi e ghibellini sono d’accordo soltanto nell’ansia di farci vaccinare. Per ora, il mio vaccino personale si chiama FFP2-distanza-sanificazione. Poi mi vaccinerò volentieri, se sarà ancora necessario.

di Cesare Pirozzi                                                                                                             

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