Domine Quo Vadis

In una giornata uggiosa, tornando indietro nel tempo si rivivono ricordi ancora vividi nel cuore, ci si ritrova difronte una Chiesa, sembrerebbe anonima, immersa in città, nel pieno del traffico capitolino, in realtà sono secoli che è lì.

La Chiesa “Domine Quo Vadis” – Santa Maria “In Palmis”, viene menzionata in un episodio degli Acta Petri, apocrifo sulla vita di San Pietro, redatto nel lontano II° secolo, in cui il primo degli apostoli Pietro fuggendo dalle persecuzioni dei cristiani volute da Nerone lasciava Roma per evitare il martirio. Dopo essere fuggito dal carcere Mamertino (sotto l’attuale Campidoglio) mentre percorreva la via Appia gli apparve Gesù che procedeva camminando proprio verso di lui. Pietro alquanto stupito, meravigliato gli chiese “Domine, quo vadis?” ossia “Signore, dove vai?” e Gesù gli rispose “Venio Romam, iterum crucifigi”, “Vengo a Roma, per essere crocifisso, una seconda volta, nuovamente”. Pietro comprende il messaggio ed il suo ammonimento, deve ritornare in città ed accettare la via indicatagli dal Cristo, subendo il martirio. E così fu. L’apostolo fu crocifisso ma non sentendosi degno di morire allo stesso modo di Gesù chiese che fosse fatto a testa in giù.

Dunque, la via Appia, la regina viarum (regina delle strade) fu luogo di apparizione e di ravvedimento.

Raccontano di quel fatto due impronte di piedi, che sarebbero le orme lasciate da Gesù (in realtà una copia, l’originale è conservato nella limitrofa Basilica di San Sebastiano fuori le mura) come testimonianza.

Ecco a cosa è dovuto il secondo nome della Chiesa, Santa Maria in Palmis, qui sarebbero custodite le impronte di Gesù.

 

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Questa cappellina del IX secolo si trova nel punto in cui la via Appia Antica confluisce con la via Ardeatina, nel quartiere Appio-Latino creando un bivio in cui si inserisce al centro l’ingresso alle catacombe di San Callisto.

Il selciato dell’Appia Antica, fatto di sanpietrini, amplifica il rumore delle ruote delle automobili che sommato al frastuono delle loro marmitte toglie la doverosa contemplazione religiosa.

Si deve entrare per avere la devota silenziosità e scrutare in quella piccola chiesa simboli, affreschi, reliquie.

Appena entrati sulla parete destra c’è una targa in marmo che spiega quanto accaduto in tale luogo sacro.

Al centro vi è un tratto dell’antica strada Appia Antica in cui è posata la pietra quadrata con le impronte di Gesù, orientate verso sinistra, ossia verso Roma, racchiuse e protette da grate, si avverte un richiamo alla grandezza di Dio.

Sui banchi della chiesetta sono affisse su ogni posto due preghiere una dedicata alla Madonna ed una a San Michele Arcangelo.

Una lapide interna ricorda la visita del Santo Papa Giovanni Paolo II° nel 1982.

Vi è un’unica navata, in fondo sull’altare maggiore è collocata l’immagine della Madonna del transito con l’incisione sottostante di Salve Regina sopra la croce ed il Santissimo Sacramento, contornato ai quattro lati da apette, particolare che colpisce ed invita a riflettere.

Nel nostro immaginario e nell’iconografia dei Santi l’ape dà vita a diverse interpretazioni metaforiche, sempre positive, proprio per le sue caratteristiche comportamentali come la laboriosità e cooperazione, grazie al loro incessante lavoro che troviamo il polline, la pappa (o gelatina) reale, la propoli e la cera, prodotti naturali preziosi.

Poi ai lati dell’altare maggiore ci sono due piccole statue, una rappresenta l’arcangelo Michele, con la corona, la spada e le ali dorate, vi sono poi due affreschi la Crocifissione di Gesù e la Crocifissione di Pietro. Sopra l’altare, in una lunetta, s’intravede un affresco con l’Incontro di Gesù con Pietro. Si avverte il contrasto tra il chiarore della Chiesa ed il soffitto sopra l’altare, buio, scuro, dovuto probabilmente ai secoli trascorsi e alla flebile luce che riesce ad entrare. Guardando a destra della navata vi è un affresco di Gesù con appunto la scritta in basso in latino “VENIO ROMAM – ITERUM CRUCIFIGI” ed alla sinistra quello con l’immagine di Pietro con due chiavi, le chiavi del cielo, denominate anche chiavi del Paradiso. 

Proseguendo sulla destra si trova la scultura maestosa del Cristo risorto di Michelangelo Buonarroti, un calco in gesso di oltre 2 metri in cui si sorregge appoggiandosi alla croce che stringe insieme una canna ed una spugna simboli della passione, particolare che colpisce, è un suo piede tutto nero ed un gonnellino arancione che lo copre.

Nell’unica cappella laterale vi è un affresco con San Francesco affiancato appunto dalla statua di S.Francesco con Bambino e da S.Pio da Pietralcina.

Annesso alla Chiesa c’è il convento della Congregazione di San Michele Arcangelo, ossia i Micheliti. Un Istituto religioso maschile di diritto pontificio, ossia approvato con decreto formale dalla Santa Sede e dipendente in modo immediato ed esclusivo dalla Sede Apostolica.

Lo stemma della congregazione è composto da un giglio, segno di “Temperanza” e tre spighe di grano, simboli del “lavoro spirituale, intellettuale e manuale”.

La spiritualità dell’istituto è riassunta dal binomio “temperanza e lavoro”, di derivazione salesiana, intesa come libertà da ogni condizionamento; il fine della congregazione è l’istruzione e l’educazione cristiana della gioventù, specialmente di quella povera e abbandonata.

Al tempo del Covid con i vari igienizzanti presenti in chiesa, si può accendere una candela, fare una preghiera, fare un’offerta, lasciare un pensiero scritto sul libro firma della chiesa come testimonianza della gradevole visita fatta.

Roma sa regalare anche questi piccoli ma significativi luoghi dove la religione e la storia si fondono, come il sacro e profano, raccontandoci una Roma ogni volta diversa, proprio per questo eterna.

di Giovanna Mastroddi

 

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