La componente non armata della Resistenza

La Resistenza fu un’unica grande lotta di popolo per la Liberazione, ma con tante sfaccettature. Non si trattò soltanto lotta armata, moltissimi uomini e donne si unirono alla Resistenza senza mai imbracciare un’arma, pur correndo gli stessi rischi dei combattenti. A cercare nelle narrazioni storiche, si prende sempre più consapevolezza del fatto che la dittatura nazi-fascista fu sconfitta anche grazie a forme di rivolta morale e civile. Le azioni di ribellione  svolsero un ruolo chiave nel fiaccare, indebolire e allontanare il nemico.

Con un Decreto luogotenenziale del 1945 si stabilì che erano “partigiani” soltanto coloro che avevano preso parte ad almeno tre azioni armate. Furono tagliati fuori tutti coloro, uomini e donne, che contribuirono fattivamente alla Resistenza con altre modalità.

Ricordare le azioni non armate è atto doveroso per la Memoria e necessario per il presente, quando non garantisce la libertà; è rendere onore a tutti coloro che con i loro comportamenti, individuali e collettivi, scelsero di non favorire la dittatura, ma di ostacolarla e di difendere i valori della democrazia e della libertà.

Chi erano i Resistenti, uomini e donne, non armati?

I Resistenti non armati erano sabotatori. Il loro obiettivo era intralciare la produzione industriale e fare in modo che ogni singolo progetto bellico nazi-fascista fallisse. A tale scopo sabotarono ferrovie, linee telefoniche, macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto.

I Resistenti non armati erano operai in sciopero. Le motivazioni degli scioperi erano legate alle richieste di aumento salariale o migliori condizioni di lavoro ma le vere ragioni non erano economiche, anzi avevano una marcata impronta politica. Le grandi fabbriche, in un paese sotto dittatura, si fermarono e rinsaldarono il legame tra gli uomini della fabbrica e quelli della macchia. E’ la c.d. Resistenza operaia.

I Resistenti non armati erano individui o intere famiglie che prestavano assistenza ai ricercati e nascondevano i partigiani e perseguitati dal regime. Offrivano alloggio, vitto e assistenza infermieristica ad ebrei, partigiani e agli alleati che riuscivano ad evadere dai campi di concentramento in Italia. Un decreto fascista del 1943 prevedeva la pena di morte per chiunque avesse offerto assistenza ai prigionieri di guerra.

I Resistenti non armati erano renitenti alla leva. I ragazzi nati tra il 1923 e il 1925 furono chiamati alle armi per formare il nuovo esercito della Repubblica di Salò. Molti di loro si rifiutarono, fuggirono e divennero latitanti rischiando la vita anche a causa dei tanti, troppi, delatori.

I resistenti non armati erano boicottatori. Il loro scopo era di isolare gli occupanti, non concedere loro la possibilità di stabilire rapporti umani e di rendere difficile il lavoro delle autorità attraverso la non collaborazione e la disubbidienza tacita.

I resistenti non armati erano informatori. La stampa clandestina, il volantinaggio, le affissioni, le radio, furono decisivi per diffondere in maniera capillare i valori della Resistenza e per la caduta del regime.

I resistenti non armati erano staffette. Curano i collegamenti tra le varie formazioni impegnate nella lotta. Si muovevano perlopiù a piedi e in bicicletta.

I resistenti non armati erano manifestanti. Occupavano le piazze e tenevano impegnate le milizie, chiedendo libertà per i prigionieri e per i catturati nei rastrellamenti.

Tutte queste persone hanno volontariamente disubbidito alla legge, molti hanno pagato con le torture e con la vita. Non possiamo sapere se queste azioni, da sole, avrebbero potuto sconfiggere il nazi-fascismo, ma è anche grazie a quel loro sacrificio che è stata frantumata una dittatura e ci è stata consegnata la Costituzione dove, all’art. 11, si ribadisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

di Nicoletta Iommi

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