Etiopia: dal Nobel per la Pace alla guerra civile

Non c’è pace in Etiopia. Anzi, è stato proprio il Premio Nobel e primo ministro del governo etiope in carica, Abiy Ahmed Ali, ad innescare il conflitto.

L’area interessata è quella del Tigray, dove vive la minoranza tigrina che ha governato per venti anni in Etiopia. E’ la regione più settentrionale del Paese, la stessa che venne occupata dalle truppe fasciste coloniali con ampio utilizzo di armi chimiche, gas, lanciafiamme, esecuzioni sommarie, stupri e violenze.

L’Etiopia è il secondo Paese africano per numero di abitanti e svolge un ruolo strategico nel Corno d’Africa. La composizione federale in provincie e le faide tra le stesse ne fanno però anche un continuo scenario di guerra.

L’attuale Premier Abiy Ahmed Ali, al governo dal 2018, ha ottenuto il Nobel per la Pace nel 2019 per aver contribuito a mettere fine alla guerra ventennale con l’Eritrea, che ora si schiera con il Governo etiope contro la minoranza tigrina.

E’ stato il Primo Ministro ad annunciare, il 4 novembre 2020, l’invio di truppe governative nel Tigray per eliminare il Tplf, il Fronte di Liberazione del Tigray; lo stesso gruppo politico a cui apparteneva Abiy Ahmed prima di entrare nel Governo e che continua a svolgere un ruolo chiave nel Paese.  Le tensioni erano pericolosamente salite subito dopo il rinvio delle elezioni nazionali a causa della pandemia che di fatto aveva prolungato l’attuale Governo mentre il Fronte premeva per andare al voto. I ribelli hanno poi indetto elezioni regionali giudicate illegittime dal Governo etiope e per questo si sono visti sospendere i fondi governativi.

Come di solito accade prima di una guerra, il Primo Ministro aveva rassicurato che l’operazione militare sarebbe durata non più di due settimane; giusto il tempo di rispondere agli attacchi dei miliziani tigrini alle basi federali nel Tigray con l’invio dell’esercito per prendere il controllo della capitale Macallè.

E invece è andata in maniera diversa: dopo otto mesi di conflitto e migliaia di morti, il 28 giugno, Il Governo etiope ha dichiarato il cessate il fuoco e le truppe governative hanno lasciato la regione, tra i festeggiamenti dei tigrini che parlano ora di vittoria militare.  La motivazione ufficiale del Governo è stata quella di voler salvare la stagione del raccolto e consentire le attività agricole, viste le già difficili condizioni dovute alla pandemia, all’invasione di locuste del 2019 e al pessimo raccolto del 2020.

Ma le situazione rimane drammatica. “Almeno 33.000 bambini in zone inaccessibili del Tigray, sono gravemente malnutriti e, senza aiuto immediato, sono in imminente pericolo di vita. Questi bambini sono tra gli oltre 2,2 milioni nell’Etiopia settentrionale in condizioni di insicurezza alimentare acuta, compresi al meno 140.000 nel Tigray, che stanno già affrontando condizioni simili alla carestia. Solo nell’ultimo mese abbiamo assistito a un aumento di quattro volte dei ricoveri settimanali di bambini per la cura e la malnutrizione acuta grave” si legge in un comunicato dell’UNICEF.

Sono milioni i profughi che stanno lasciando la regione, mentre Amnesty International accende i fari sui crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati da entrambe le parti, dichiarando che esistono numerose segnalazioni attendibili di donne e ragazze vittime di violenza sessuale, inclusi stupri di gruppo, da parte di soldati etiopi e eritrei.

E alle tante voci che parlano di ostacoli agli aiuti umanitari per usare anche la fame come arma di guerra si aggiunge quella di Papa Francesco nell’Angelus di domenica 13 giugno: “Preghiamo insieme affinché cessino le violenze, sia garantita a tutti l’assistenza alimentare e sanitaria e si ripristini al più presto l’armonia sociale”.

La pace, al di là dei premi, è un concetto che ha bisogno di concretizzazione.

di Nicoletta Iommi

 

 

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