Nomadland il libro di Jessica Bruder, giornalista on the road che ha fatto 15 mila miglia in camper

Da ciò che ci racconta Jessica Bruder tutto è iniziato venendo a conoscenza del programma CamperForce. Amazon ha pensato di sopperire alla mancanza di manodopera nei picchi di vendite richiamando masse di lavoratori in camper, roulotte e tende per farli correre avanti e indietro in magazzini grandi armati di pistola scanner. Sono precari cronici o vittime del crollo finanziario del 2008 e spesso hanno i capelli bianchi. Per un colosso di tale portata, non sono considerate persone, solo macchine utili ad aumentare il profitto, macchine tra le macchine e come tali trattati.

Lascia un brivido sulla pelle anche solo scriverlo, una verità che può far male a chi ha la voglia di comprendere o la capacità di farlo.

“Amazombie” come Linda May. “È lei di gran lunga il personaggio centrale del libro” dice la Bruder. Ormai sessantenne e senza pensione, Linda ha scelto di vagare in cerca di lavori stagionali piuttosto di marcire sul divano-letto dei figli.

Il successo di Nomadland, libro (“tradotto in 24 lingue” dice orgogliosamente la Bruder) e film premio Oscar, è planato come un inquietante insetto nel piatto sempre più popolare della “vanlife”. Persino in Italia ci sono gruppi Facebook che glorificano le dure gioie della vita in camper e hanno trovato altra benzina nella diffusione del lavoro virtuale amplificato dal Covid. Su Youtube proliferano canali di chi ha fatto il salto (nel buio?) e pubblica video di cieli stellati visti attraverso l’oblò, ma anche consigli per le riparazioni e gli acquisti nell’intento di condividere o camparci se i follower sono tanti.

Dettagli a parte, cosa si nasconde dietro l’utopia di liberarsi di affitti e bollette, di cambiare vita, vagare come nomadi alla ricerca forse di qualcosa che serve a colmare un nostro vuoto interiore, o forse in modo più profondo, “semplicemente” alla ricerca di noi stessi? È una scelta vera oppure obbligata? “Poniamola in questi termini: è come scegliere tra una botta in testa e un colpo al ginocchio” dice la giornalista. Ma chi prende un colpo al ginocchio non organizza festival di persone colpite al ginocchio, mentre i nuovi e vecchi nomadi americani si incontrano nei “Rubber Tramp Rendezvous”, come quello nel deserto dell’Arizona tra il bookstore di un librario nudista e la tomba di Hi Jolly, cammelliere dell’esercito statunitense d’origine siriana, sormontata dalla sagoma di un dromedario. In altre parole per quanto la scelta sia forzata, alle spalle si sente il vento di una controcultura.

Quando viene chiesto a Jessica Bruder se il furgone lo possedesse già o lo ha comprato per scrivere il libro, lei candidamente risponde: “L’ho comprato. In passato per seguire un festival avevo usato una tenda” dice la giornalista, che ha concluso la tournée italiana di presentazione del libro con un trekking delle Dolomiti insieme a una amica. Molte persone che vivono in camper hanno un cane. Anche Steinbeck si è portato dietro un barbone di nome Charley, per il suo “viaggio alla ricerca dell’America” su un pickup soprannominato “Ronzinante”. Da dove è partita per scrivere il libro? Dove vive? “A Brooklyn”. Come è riuscita a fare un lavoro tanto approfondito in un momento in cui il giornalismo ha il fiato sempre più corto e sempre meno risorse? “Insegno alla scuola di giornalismo della Columbia University, senza gli echi romantici della vita nomadica il racconto non avrebbe avuto lo stesso fascino a doppio taglio e sarebbe stato una versione più recente del lavoro d’inchiesta di Barbara Ehrenreich (Una paga da fame – Feltrinelli). E se anche la Ehrenreich ha recensito molto bene Nomadland, non posso dire sia stato un modello per me. I miei modelli sono altri. La strada di Jack London e Walk on the wild side di Nelson Algren sono forse i titoli più noti.

«Era così difficile andare, era così difficile restare, era tutto così difficile fino in fondo», scrive Algren in stato di grazia letteraria”.

Passando col suo furgone sopra gli stessi baratri simbolici e reali, la Bruder si focalizza su donne spesso sole e questo dà forza e originalità al racconto. In compenso mancano totalmente persone di colore… “Non ne ho incontrate. Il mondo dei vandweller è un mondo di bianchi. Credo che essere di colore e vivere in un camper sia davvero troppo nell’America di oggi”.

Un libro da non perdere, una scrittura geniale e assolutamente avvincente. Una prova di giornalismo immersivo in cui vengono annotate le disavventure di un viaggio che risulta essere, in primis, un viaggio interiore. 

Così in America, nel Paese più ricco del mondo, sempre più persone si trovano a dover scegliere tra pagare l’affitto e mettere il cibo in tavola.

Di fronte a questo dilemma impossibile, molti decidono di abbandonare la vita sedentaria per mettersi in viaggio. E ricominciare… perché si può sempre giocare con nuovi inizi.

di Stefania Lastoria

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