THE GARBAGE PATCH LE ISOLE DI PLASTICA

silviaSono sette le isole di spazzatura sparse in tutto il mondo chiamate, GARBAGE PATCH e sono a tutti gli effetti delle discariche galleggianti di detriti che rimangono intrappolati in vortici acquatici, anche per diversi anni. Non hanno dei brutti nomi, anzi. Si chiamano  Sargassi Plastic Patch, Artic Garbage Patch, Indian Ocean Garbage Patch, South Atlantic Garbage Patch, North Atlantic Garbage Patch, South Pacific Garbage Patch ed infine la grande, immensa Great Pacific Garbage Patch isola dalle dimensioni mostruose, in quanto la sua estensione è pari almeno a quella dell’intero Canada. La parola Patch significa “toppa, pezza” e in totale si stima che raccolgano circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici provenienti da tutto il mondo, i quali vengono trasportati dalle correnti marine entrando in un vortice idrodinamico naturale che li spinge in determinate aree di raggruppamento. I dati ci rivelano che ogni minuto sul nostro pianeta vengono vendute un milione di bottiglie di plastica, le quali volenti o nolenti, per nostra incuria, disattenzione o cattive abitudini, finisconoinevitabilmente nei nostri mari, infatti, circa il 70% dei rifiuti marini è composto da plastica, si stima che nel 2050 il peso della plastica supererà il peso dei pesci e che nei fondali marini ce ne siano circa 9 milioni di metri quadrati.

Quello che vediamo galleggiare dei Garbage Patch è soltanto la punta dell’iceberg perché in realtà sott’acqua la dimensione delle isole di plastica lascia storditi perché la stessa massa che vediamo in superficie, arriva a profondità che superano i quindici metri. Purtroppo, la nostra vita è completamente invasa dalla plastica, non solo le già citate malefiche, inutili bottigliette da mezzo litro di cui si fa un uso scriteriato, ma anche contenitori di vario tipo, giocattoli, scarpe, penne, attrezzi vari, abbigliamento e altre centinaia di oggetti che non sto qui a menzionare. La plastica è un derivato del petrolio suddivisa per misura in macroplastiche mesoplastiche, microplastiche(da 5mm a 0,1µ) ed infine le nanoplastiche quelle di misura inferiore al 0,1 µ, le più micidiali perché immaginate che un micron è un milionesimo di metro, questa minuscola dimensione unita al fatto che la sostanza riesce ad attraversare le barriere lipidiche dell’organismo, una volta all’interno del nostro corpo inizia a muoversi liberamente e a depositarsi nei nostri organi provocando seri problemi. Le nanoplastiche provocano danni gravissimi ai sistemi endocrino, riproduttivo, immunitario e si pensa anche al corretto sviluppo neurologico, di recente con dei monitoraggi mirati alla loro individuazione, sono state trovate tracce nelle urine, nelle feci, nella placenta e addirittura nel latte materno.

Inevitabili gli effetti della catena alimentare, infatti i pesci sono soggetti a bioaccumulo, si cibano di queste nanoplastiche, scambiandole per plancton, a nostra volta cibandoci di pesce ne assumiamo grandi quantità senza accorgercene. Circa 100 chili all’anno di sostanze chimiche legali vengono mangiate e respirate grazie all’inquinamento di acque e aria, non solo la nanoplastica rilasciata da bottiglie, tappi, piatti e posate di plastica (che con molta probabilità durante il loro uso perdono particelle digeribilissime), è calcolato che ogni settimana ognuno di noi ingerisce qualcosa come 5 grammi di plastica (più o meno il peso di una carta di credito) senza contare i danni che provocano le sostanze chimiche organiche come i ftalati, usate per conferire colore, profumo e morbidezza.  Per non farci mancare nulla, anche in Italia, tra l’Isola d’Elba e la Corsica abbiamo una Garbage Patch che mette in pericolo il Mediterraneo, si trova a nord ovest dell’Elba tra il corno della Corsica e l’isola di Capraia. È un’isola di rifiuti di plastica composta da frammenti più piccoli di 2 millimetri. Una vera minaccia per l’ecosistema dell’Arcipelago Toscano e non solo. Questa isola è alimentata in larga parte dai rifiuti provenienti dall’Arno, dal Tevere e dal Sarno. Lunga per il momento poche decine di chilometri la macchia di spazzatura continua a espandersi in maniera anche più densa di quella dell’oceano Pacifico. Le Università di Manchester, Durham e Brema, insieme al Centro oceanografico britannico (Noc) e all’Istituto francese di ricerca dimostrerebbe come nei fondali del Tirreno, tra Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica, sia presente la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nei mari.

Cosa dire a riguardo? Come recuperare il buon senso? Come diffondere questi dati preoccupanti in modo che ognuno possa intervenire in maniera incisiva all’interno del suo micromondo? Siamo ben consci che eliminare del tutto la plastica dalle nostre vite sarà impossibile, ma almeno adottare delle misure di riduzione dell’uso, del commercio, della produzione e dell’eccesso di consumo si può contemplare? Impareremo a saperla differenziare nelle nostre case e non gettare nella massa di rifiuti che produciamo ogni giorno, a saperla riciclare e riutilizzare senza più produrne altra? Possiamo confidare nel fatto che ogni uomo ed ogni donna di buona volontà possa almeno insegnare ai propri figli e ai nipoti a cambiare stile di vita, in modo da garantire alle nuove generazioni di trovare un pezzetto di pianeta integro e lontanamente assomigliante a quel fantastico giardino delle meraviglie che è la terra? Di isole naturali ne abbiamo grandi e piccole, ognuna è un mondo a sé di ineguagliabile bellezza, sabbiose, rocciose, atolli corallini, isole vulcaniche, tutte conservano da millenni le loro caratteristiche e i loro ecosistemi unici e irripetibili, saremo capaci di prendercene cura, di tutelare la bellezza dei mari e di evitare che vengano deturpati dalle orrende garbage patch  di natura antropica, originate dalla pessima gestione dei rifiuti e da oggetti gettati senza discernimento e senza senso di responsabilità? Sarebbe utile pensarci seriamente, diamoci una mossa, non abbiamo più molto tempo da perdere.

Silvia Amadio       .

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