I padroni, le schiave: viaggio nell’inferno della “kafala”

Oggi parliamo delle operatrici socio-sanitarie in India, della fatica del lavoro nelle comunità rurali e l’incuranza del governo che nega tutele, diritti e paghe sufficienti, nonostante siano la colonna portante della sanità.

Così nel Distretto di Mahoba, Uttar Pradesh, alle cinque del mattino, nel villaggio di Paswara, “Asha Shukla” è già in movimento. Non è una semplice operatrice socio-sanitaria: è la presidente distrettuale delle operatrici Asha di Mahoba e lavora nella sanità pubblica da oltre un decennio. La sua giornata inizia con una lista di donne incinte da visitare e termina ben oltre il tramonto, dopo aver accompagnato pazienti, monitorato neonati e risolto controversie tra abitanti del villaggio e cliniche. «Siamo sempre le prime ad arrivare e le ultime ad andare via – dice – ma quando chiediamo diritti o riconoscimenti, ci rispondono che siamo solo volontarie». In India, e in tutto l’Uttar Pradesh, donne “Asha Shukla” rappresentano la base della sanità rurale, prive di supporto o finanziamenti ma dotate di pura resistenza. Sono infermiere, educatrici, procacciatrici di ambulanze, raccoglitrici di dati sanitari e soccorritrici d’emergenza: tutto in una sola persona. Il sistema sanitario rurale indiano si basa su oltre un milione di operatrici Asha e coprono circa il 75% della popolazione rurale del Paese. Nonostante il loro fondamentale contributo, sono costantemente sottovalutate: mal pagate e private di sicurezza lavorativa, reddito fisso o protezione di base.

Le Asha, ovvero operatrici socio-sanitarie accreditate, sono state introdotte nel 2005 nell’ambito della Missione nazionale per la salute rurale (oggi parte della Missione nazionale per la salute, Nhm). L’idea iniziale era che fossero donne della comunità incaricate di collegare le famiglie rurali ai servizi sanitari governativi. Il loro compito è promuovere la salute materna e infantile, monitorare le vaccinazioni, accompagnare i pazienti in ospedale e garantire che le comunità siano istruite su igiene, nutrizione e prevenzione delle malattie.

Spesso utilizzano soldi loro per portare i pazienti in ospedale o comprare loro medicinali. Nessuno le rimborsa, né per il trasporto, né per il trattamento. È come se il sistema si aspettasse che pagassero per fare il loro lavoro.

Le Asha costituiscono la più grande forza lavoro sanitaria comunitaria del mondo. Eppure sono ancora classificate come “volontarie”, il che significa nessun salario garantito, nessun beneficio, nessuna tutela come lavoratrici.

In genere si svegliano alle cinque del mattino, incontrano tra le 20 o 30 donne, alcune hanno bisogno di controlli prenatali, altre sono madri con neonati. Monitorano il peso dei bambini, controllano la febbre, seguono la guarigione da malattie, consegnano farmaci ai pazienti cronici con tubercolosi. Spesso assistono a parti di notte mettendosi in cammino nel buio, con la paura che le assale e mai nessuno che le aiuti. Non hanno dispositivi di protezione, né trasporto. Se un paziente con tubercolosi salta una dose, la colpa è loro.

Dal 2005, il ruolo delle Asha si è notevolmente ampliato. Oggi non sono solo promotrici della salute, ma anche raccoglitrici di dati ed epidemiologhe. Oltre ai compiti principali ora si occupano di malattie croniche, campagne di sensibilizzazione e rendicontazione digitalizzata. Le operatrici devono registrare il loro lavoro in una app, Mdm 360 Shield, sviluppata dal governo per monitorare i servizi di salute materno-infantile. Formalità che, nella pratica, ha aumentato il carico di lavoro. E che pesa anche economicamente visto che devono sobbarcarsi le spese della connessione internet. Le infermiere sono pagate in base a un modello standard di prestazioni. Il governo centrale offre 2.000 rupie al mese per otto attività principali, l’equivalente di 20 euro. Per il lavoro aggiuntivo, ricevono piccole somme: 300 rupie per ogni parto, 100 per accompagnare un paziente, 150 per il follow-up post-operatorio. Ma i pagamenti sono spesso in ritardo, irregolari e insufficienti. La maggior parte delle Asha guadagna tra 3.000 e 6.000 rupie al mese (tra i 30 e i 60 euro), pur prestando servizio a tempo pieno.

Ovviamente la classificazione delle operatrici come “volontarie” consente allo Stato di evitare l’obbligo di fornire salari fissi, congedi di maternità, pensioni o assicurazioni. Solo alcuni Stati – come Andhra Pradesh, Kerala, Karnataka, Haryana, Bengala Occidentale e Sikkim – offrono retribuzioni fisse. Negli ultimi anni, le operatrici hanno iniziato a ribellarsi. Durante la pandemia e le elezioni statali, migliaia hanno protestato in tutta l’India. Chiedevano compensi garantiti, migliori condizioni di lavoro, riconoscimento come lavoratrici e un’assicurazione sanitaria.

Perché qui tutti sanno che le Asha sono essenziali per il funzionamento del sistema sanitario indiano, ma la loro invisibilità nei bilanci e nelle politiche mostra quanto il sistema dia per scontato il lavoro femminile.

E finché non riceveranno dignità, protezione e una retribuzione equa, il Paese rischia di distruggere il sistema che tiene in vita i suoi cittadini più vulnerabili, più fragili, esposti, soli e indifesi.

Come spesso accade, come certamente anche in questa parte dell’India, continuerà ad accadere.

Stefania Lastoria

 

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