Si può contrastare il cambiamento del clima?

Le ondate di calore che negli ultimi anni sono sempre più intense e persistenti, intervallate da fenomeni piovosi di eccezionale violenza o caratterizzate da periodi di estrema siccità, ci mostrano in modo inequivocabile gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Nella comunità scientifica quasi nessuno, ormai, mette in dubbio che il riscaldamento del nostro pianeta sia attribuibile all’aumento della concentrazione nell’atmosfera dei cosiddetti gas serra (anidride carbonica, metano, ossidi di azoto) che sono prodotti dall’uso crescente dei combustibili fossili in molte attività umane. Si è giunti inoltre alla valutazione – anch’essa pressoché unanime – che un aumento della temperatura media globale, rispetto ai livelli preindustriali, superiore ad alcuni gradi causerebbe effetti disastrosi per le nostre condizioni di vita.

Per quanto riguarda le iniziative politiche, già dalla fine del secolo scorso con il protocollo di Kyoto – sottoscritto nel 1997 da quasi tutti i governi – i Paesi industrializzati si erano impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, mentre si prevedevano aiuti per i Paesi in via di sviluppo (tra i quali era all’epoca inclusa la Cina) esentati da tale impegno.

Questo trattato, che non ebbe un impatto rilevante, fu sostituito nel 2015 dall’accordo di Parigi, che stabiliva di limitare l’aumento della temperatura media mondiale a non più di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, perseguendo l’obiettivo a lungo termine di raggiungere l’equilibrio tra le emissioni e gli assorbimenti di gas ad effetto serra (cioè la neutralità climatica) nella seconda metà del secolo. L’accordo, entrato in vigore nel 2016, è stato ratificato da quasi tutti i 194 Stati firmatari.

Tra i grandi Paesi industrializzati, la Cina – che è attualmente responsabile del 27% delle emissioni globali – si è recentemente impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2060 e sta iniziando ad attuare una seria politica di riduzione dell’uso di combustibili fossili, nonché di sviluppo di tecnologie sostenibili.

Gli Stati Uniti – secondi nella graduatoria delle emissioni con il 14% – dopo aver sottoscritto l’accordo di Parigi, ne sono usciti con l’avvento alla presidenza di Trump; non è facile, quindi, capire quale sarà la loro strategia al riguardo.

L’Unione europea si è dimostrata la più solerte, emanando nel 2021 un regolamento che mira a ridurre le emissioni nette di gas serra, con intenti alquanto ambiziosi: stabilisce infatti l’obiettivo vincolante del raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050, con la riduzione delle emissioni del 55%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030. La Commissione europea, inoltre, ha recentemente proposto un nuovo traguardo intermedio per l’anno 2040: ridurre del 90% le emissioni nette di gas serra rispetto ai livelli del 1990, introducendo però una maggiore flessibilità per gli Stati membri che si trovassero in difficoltà nel raggiungerlo. La proposta di regolamento dovrà ora essere discussa e votata dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo.

Nell’ambito della suddetta strategia (denominata “Green Deal”) l’UE ha intrapreso numerose iniziative – riguardanti tutte le attività che producono emissioni – tra le quali il blocco dell’immatricolazione di nuovi veicoli con motore termico a partire dal 2035 e la direttiva “Case green” che prevede il graduale miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici fino al raggiungimento della neutralità climatica nel 2050.

Mentre, come ho detto prima, la stragrande maggioranza degli scienziati è concorde sulle cause antropiche e sugli effetti del cambiamento climatico, un numero non trascurabile di persone (non tutte prive di una qualche autorevolezza) continua a negare che il fenomeno esista, o che sia collegato all’effetto serra, o comunque che sia causato principalmente dall’azione dell’uomo. Da qualche tempo, però, mi sembra che le posizioni dei cosiddetti “negazionisti”, di fronte alle crescenti e incontestabili evidenze, si siano in parte modificate. Molti di essi, infatti, pur non contraddicendo più l’opinione pressoché unanime della comunità scientifica, continuano ad opporsi al Green Deal usando argomenti diversi che – in estrema sintesi – si possono ricondurre all’affermazione che le strategie previste dall’UE sono talmente drastiche da compromettere irrimediabilmente lo sviluppo economico, e di conseguenza il benessere dei cittadini. In aggiunta, osservano che – anche qualora si potesse raggiungere l’obiettivo fissato – si otterrebbe comunque un effetto poco rilevante, dato che il contributo attuale dell’Europa alle emissioni globali è del 7% circa, poca cosa rispetto a quello di Cina e USA, complessivamente superiore al 40%.

Quest’ultima considerazione, in apparenza, non è priva di fondamento: possiamo convenire che l’Europa non è in grado, da sola, di contrastare il cambiamento del clima; questo però non mi sembra un buon motivo per non fare nulla. Innanzi tutto, perché è giusto che il nostro Continente, storicamente il principale responsabile  della crisi climatica nonché il maggior beneficiario del sistema produttivo che ne è stato la causa, assuma il ruolo di battistrada nelle politiche per la salvaguardia dell’ambiente. In secondo luogo, se si applicasse la stessa logica, ciascuno di noi potrebbe rispondere, a chi lo esortasse a ridurre i consumi energetici (per esempio coibentando la propria abitazione, acquistando elettrodomestici più efficienti o limitando l’uso dell’automobile), che la riduzione ottenuta sarebbe una frazione infinitesima rispetto al totale, tale da non giustificare una modifica delle proprie abitudini né, tantomeno, una spesa. Riguardo a quest’ultimo aspetto, ovviamente, è necessario che lo Stato provveda (come è avvenuto) ad erogare incentivi economici o fiscali, in particolare a favore dei meno abbienti; in modo analogo, dobbiamo aspettarci, anche da parte dell’Unione europea, adeguati incentivi o risarcimenti per tutti i soggetti coinvolti nella transizione ecologica.

Pur restando fermamente convinto della necessità di attuare la strategia delineata con il Green Deal, sono tuttavia piuttosto pessimista sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo fissato di contenere l’aumento della temperatura, rispetto al periodo preindustriale, entro 1,5 °C, valore considerato come limite per evitare impatti climatici estremamente gravi. Poiché il riscaldamento globale procede in modo sempre più rapido, con una forte accelerazione negli ultimi anni, temo che sia troppo tardi per scongiurare il superamento della suddetta soglia (alla quale siamo già troppo vicini), e ciò anche nel caso che non solo l’Europa, ma tutti gli altri Paesi attuassero una consistente e tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra. In ogni modo, è evidente che, in mancanza di azioni efficaci, il nostro futuro sarebbe molto peggiore, anzi probabilmente sarebbe compromessa la nostra stessa sopravvivenza (si badi: non quella del Pianeta, che potrebbe tranquillamente fare a meno di una specie invasiva e dannosa).

Adolfo Pirozzi

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