Antisemitismo, la banalità dell’abuso d’accusa

In Europa l’antisemitismo, ossia l’odio, il disprezzo verso gli ebrei ha radici lontane, addirittura già nell’antica Roma. Non ci riferiamo, però, soltanto a quello volgare, carico di pregiudizi, luoghi comuni, frasi fatte e rifritte, motti di spirito e barzellette. No, c’è un antisemitismo ideologico, il quale tocca le menti e le convinzioni di grandi pensatori e tocca il conscio e l’inconscio della stessa civiltà.

Lutero, Voltaire, una parte dell’illuminismo, Kant, Hegel, passando per l’ambivalente Nietzsche e arrivando fino a Martin Heidegger. La vicenda biografica e intellettualmente elevata di quest’ultimo coincide con l’apice dell’antisemitismo politico di Stato, incarnato dal nazismo hitleriano. Questo non solo progetta la soluzione finale, ossia la distruzione totale del popolo ebraico in Germania e poi via via in Europa e in tutto mondo, ma la mette in pratica attraverso la traduzione per via ferroviaria e poi di traduzione al nulla, per via forni crematori, nei campi di sterminio. Martin Heidegger, considerato il vertice supremo del pensiero occidentale, elegge questo progetto a suprema teoria filosofica. Mentre tutti i precedenti pensatori avevano insistito su pregiudizi antisemiti biologici, Heidegger riconosce l’alta dignità della sostanza filosofica del secolare pensiero ebraico.

Ossia, la Germania nel suo cammino verso il sentiero parmenideo del mattino, della luce, dell’essere – a cui deve condurre tutto l’Occidente –, trova l’ostacolo immane dell’ente, delle cose in divenire, impermanenti, della notte, del buio, rappresentato al massimo grado dalla cultura e dalla vita del popolo ebraico. La soluzione, la distruzione finale è necessaria, in nessun modo evitabile. Ed essa deve avvenire per via tecnica, perché gli ebrei sono gli agenti, i portatori della tecnica, quali dominatori, manipolatori, trasformatori dell’ente, delle cose per farle divenire altro dall’essere, in senso ontologico originario.

Il nazismo incarna proprio il massimo della potenza tecnica in senso industriale, militare, scientifico. La progettazione e realizzazione tecnico-scientifica di una vera e propria catena di montaggio della morte, dello sterminio, dal genocidio è proprio ciò che viene chiamato Olocausto, o in modo ancora più appropriato Shoah. Quella degli ebrei, dunque, è in realtà per Heidegger solo un’autodistruzione. La professoressa Donatella Di Cesare che – a partire dai cosiddetti Quaderni Neri – ha scritto il libro Heidegger e gli ebrei, definindo quello del filosofo tedesco un antisemitismo metafisico.

Anche Karl Marx, ebreo di nascita, nel 1843 –  in risposta a un testo di Bruno Bauer, filosofo della cosiddetta sinistra hegeliana –, scrive un saggio dal titolo La questione ebraica. La vera discriminazione per ogni cittadino – dunque non solo ebreo – sta nella divisione tra un cielo astratto della politica che riconosce l’uguaglianza di tutti, e la terra concreta della società, nella quale tale uguaglianza è brutalmente cancellata, negata dall’appartenenza degli individui, dei gruppi, a un proprio determinato strato sociale, economico.

Soltanto quando e se questa divisione sarà riconosciuta e abolita ogni altra discriminazione religiosa, etnica, culturale viene a cessare. Forse, però, ci sarebbe da individuare una discriminazione ancora più originaria di quella sociale indicata da Marx. Ed essa risiede nella necessità intrinseca a qualunque umana, troppo umana volontà di potenza, di dominio – che s’incarni in un individuo, in un gruppo, in uno Stato, in un Impero – di scegliere, eleggere una debolezza, un che di fiaccamente resistente, proprio perché può proclamarsi, incoronarsi ‘potenza’ davanti a tutti, solo attraverso la traduzione al nulla, la sopraffazione, lo schiacciamento di quella debolezza. In Europa, la Germania non era certo la nazione più antisemita.

Lo erano certamente molto di più la Russia, la Polonia a Est, e la Francia in pieno Ovest, Occidente. Hitler sceglie, però, la minoranza ebraica, con tutto il retaggio di pregiudizi storici su di essa stratificato, proprio perché sente, sa che quella è la vittima sacrificale ideale per proclamare la potenza germanica prima sull’intera Europa, poi sull’intero Occidente. E insieme a quella ebraica, elegge tutti gli altri tipi di minoranze facilmente annientabili: Rom, Sinti, minoranze religiose, gay, dissidenti, malati fisici e mentali. E Heidegger, collocandosi su questa scia, elegge la cultura ebraica ad alta dignità filosofica, per meglio schiacciarla su quel selciato della storia dove transitano trionfanti i cingoli delle Panzer-Division naziste e tra l’erba di quei campi dove si conduce al nulla, si riduce in cenere la notte, il buio rappresentato da quell’ente, chiamato ebreo.

L’antisemitismo di Heidegger è metafisico, perché è perfettamente interno a tutta la tradizione metafisica occidentale. Lui,  infatti, tenta di definire l’ebreo in quanto ente, pur sapendo perfettamente che è proprio di quella tradizione la riduzione a ente, a cosa transeunte, impermanente, ossia nullificabile, non solo l’ebreo, ma di qualsiasi altro aspetto dell’essere in sé.

Israele, in quanto manifestazione di potenza, configurata in Stato, con avanzatissimo apparato tecno-scientifico, economico e militare, sostenuta dal centro dell’Impero, traduce al nulla, quella debolezza chiamata oggi popolo palestinese. In questo può e deve essere criticato non per la sua natura ebraica, ma per la sua protervia parimenti nichilisticamente violenta del versante politico dell’intero pensiero metafisico occidentale. Se non si può criticare alcuna azione di potenza israeliana, perché questo significa in realtà svelare il proprio occulto antisemitismo, conscio o inconscio che sia, si arriva al paradosso che Israele si erge quale unico Stato al modo – che si definisce democratico – a non poter essere criticato in nessuna maniera.

Per questa via si giunge inevitabilmente allo svuotamento, alla banalizzazione non solo della parola, ma della storia, del significato, della percezione pubblica del concetto e del sentimento di antisemitismo. E dato che oggi proprio in politica, sui media, sui social si è in fase avanzata di sdoganamento di comizi, dichiarazioni, espressioni, apparizioni e azioni anche fisicamente, esteriormente trash, choc, l’abuso di questo capo d’accusa non può che scadere in un’onta di vergogna verso chi lo usa, travolgendolo dentro la valanga d’odio, di caos primordiale in avvolgimento del pianeta.

Riccardo Tavani

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