Il Cubo, l’incubo e le crepe tra architettura e potere

Un adattamento di sicura qualità cinematografica di una vicenda vera, ma perlopiù misconosciuta o completamente sconosciuta, almeno dal grande pubblico, è Lo sconosciuto del Grande Arco, 2025. Un ignoto architetto danese vince inaspettatamente il concorso istituito nel 1982 per costruire una grande struttura di altissimo prestigio urbanistico che fosse simbolo del ultra moderno quartiere finanziario della Défense. Johann Otto von Spreckelsen, un nome con qualche eco tedesca, aveva al suo attivo solo un paio di chiese e casa sua, ma il progetto che presenta è il più semplicemente sbalorditivo. Si tratta di un immenso cubo, ma come scavato da dentro, fino a diventare un primordiale trilite, ossia due pietre laterali contrapposte in verticale e una stesa sopra in orizzontale. Per i francesi è il Grande Arco, essendo tra l’altro allineato sullo stesso asse dell’Arco di Trionfo. Dal grande foro di quest’ultimo si traguarda perfettamente quello del secondo. Il presidente francese di allora, François Mitterand, ne diventa il principale sostenitore nella sfera più alta del potere politico, e ne segue passo passo gli sviluppi operativi. Sogno e segno della sua gloria sono inscritti dentro l’arco che perimetra quel vuoto scavato

La politica – scrive Aristotele – è la più alta forma di architettura. Sarà per questo che l’architettura in sé, fin da quell’età, è stata ragione, e regione, di dominio raffinato, ma pur sempre pesante, pressante da parte della politica. Ricordiamo che il termine ‘politica’ deriva dal greco antico polis, ossia città, città-stato. Di quel periodo è il Partenone, il quale diventa il simbolo stesso, altamente politico e architettonico insieme, della polis di Atene. Non a caso sorge sull’Acropoli, ossia sulla Città alta. Il film di Stéphane Demoustier è basato sul romanzo storico del 2016 della scrittrice francese Laurence Cossé La Grand Arch. Romanzo, ossia la storia con più di qualche libertà narrativa, che dal libro si travasa nel film. Solo un’assonanza nel nome, ma non esattamente rispondente a quello reale, il personaggio del capo missione del progetto, braccio politico esecutivo di Mitterand. E insieme a lui anche altre alte figure tecniche e manageriali sono rimaneggiate. Soprattutto, però, sono i dialoghi con Liv, la moglie di Otto, a essere fittizi. D’altronde, una didascalia a inizio film correttamente avverte lo spettatore di questo.

Il rapporto potere-architettura, al centro della realtà di questa storia, ci mostra il contrasto strutturale che c’è tra queste due polarità, a scapito anche delle migliori intenzioni da parte dei due fronti. L’interpretazione di Claes Bang nel ruolo di Otto riesce a dare uno spessore materico e spirituale insieme di tale conflitto. Da una parte Spreckelsen che infonde le sue più profonde conoscenze, sensibilità, intuizioni, ricerche di materiali e attuazioni al più elevato livello tecnico dell’arte architettonica; dall’altra il potere, la politica che non possono fare a meno – drammaticamente – di calare la loro più alta forma, ossia bassamente realistica, di architettura su quella della scienza costruttiva. Dal sogno de Monsieur le Président all’incubo di Herr Architetkt. Uno scontro che oggi è in pieno svolgimento, considerato il vertiginoso, continuo, imprevedibile sviluppo della tecno-scienza che non si fa più imbrigliare dalla politica, ma anzi le impone i propri ritmi, visioni, linguaggi, modalità azione e pensiero. Distribuzione Movies Inspired. Durata 104 minuti.

di Riccardo Tavani

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