Viaggio onirico poetico

Il coraggio di aver paura, vagando con la fantasia nell’ignoto, abbattendo la barriera tra realtà e sogno. La metafora sui sogni e sulla ricerca dell’inaspettato, crea un teatro nel teatro, in cui il confine tra reale e surreale viene vissuto confrontandosi con le tematiche legate all’inconscio personale e collettivo.

“Il Calamaro Gigante” un sogno onirico-poetico, portato in scena al Teatro Parioli-Costanzo di Roma, con la regia di Carlo Sciaccaluga, tratto dal romanzo di Fabio Genovesi, vede protagonisti, Angela Finocchiaro e Bruno Stori. Una storia fantastica, resa credibile, fruibile e godibile, da una squadra di attori e tecnici molto talentuosi. La bravura di Angela Finocchiaro e Bruno Stori sono l’elemento trainante, su cui intervengono, con canti, danze, balli e giochi circensi, Martina Auddino, Marco Buldrassi, Simone Cammarata, Paola Fontana, Caterina Montanari, Francesca Santamaria Amato, Beniamino Zannoni, senza tralasciare le scene, le musiche e là computer grafica. Il teatro danza costruisce le scene con movimenti armoniosi e scenicamente coinvolgenti, le battute incalzanti di una nevrotica Finocchiaro, offrono al bravo Storti la scena su cui muoversi con eleganza, interpretando ciò che di incomprensibile la Finocchiaro gli passa. Un uomo strano, che vive nel profondo dei sogni di ognuno, si lascia fustigare, senza ribellarsi da potere dei parrucconi che negano ogni evidenza scientifica.

Uno spettacolo forse triste, ma anche ironico con tratti di pura intelligente comicità. Così la Finocchiaro mette in scena tutte le idiosincrasie e le contraddizioni del logorio della vita contemporanea, ma che riesce a salvarsi dal naufragio di una vita insignificante, rifugiandosi nel suo mondo onirico e surreale.

L’irrazionale in scena sulle proiezioni veramente significative e belle da vedere, crea mari agitati e in tempesta, tentacoli giganti che vogliono agganciarti per trascinarti al fondo di te stesso. La forza della mente trova rifugio nelle verità del surreale, vivendolo come una nuova realtà sganciata dalla contemporaneità. La battaglia vera non è contro il mostro dai tentacoli enormi, ma contro il mostro che divora ognuno, dai protagonisti sul palcoscenico agli spettatori, ancora ignari di essere loro stessi il mostro che si divora la fantasia. Non c’è un lieto fine, ma c’è la bellezza visionaria del teatro danza, che apre una porta che può condurci, tutti, in quel sogno onirico-poetico dove ognuno possa essere in sintonia con la propria voglia di vivere.

di Claudio Caldarelli

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