Attilio Manca: morto perché era bravo
Viterbo, 12 febbraio 2004. Una stanza anonima, il freddo che entra dalle fessure degli infissi e un corpo disteso sul letto è di un giovane uomo, ha solo trentaquattro anni, ma è già un talento, una di quelle eccellenze che l’Italia dovrebbe tenersi stretta. Si chiama Attilio Manca. È un urologo, uno dei migliori, uno dei pochi capaci di operare alla prostata con la tecnica laparoscopica quando ancora sembrava fantascienza.
Ma c’è qualcosa che non torna, qualcosa che stride come un gessetto su una lavagna.
Attilio viene trovato morto con due siringhe nel braccio. Overdose, dicono subito. Caso chiuso, dicono quasi tutti. Ma se guardiamo bene, se entriamo in quella stanza con la torcia accesa e lo sguardo di chi non si accontenta della prima versione, i dubbi iniziano a vagare nell’ombra.
Attilio era mancino puro, eppure, i fori delle siringhe sono sul braccio sinistro. Provateci voi, a iniettarvi una dose mortale con la mano che non usate mai, mentre state morendo e poi c’è il setto nasale deviato, come se qualcuno lo avesse colpito. Ci sono le macchie di sangue sulle lenzuola che raccontano una lotta silenziosa e disperata.
Per capire perché un medico brillante debba finire così, bisogna fare un salto all’indietro e cambiare scenario. Dalla foschia di Viterbo al sole bruciante della Sicilia, fino alle cliniche di lusso in Costa Azzurra. In quegli anni c’è un uomo che scappa da tutti, il fantasma più ricercato d’Italia, Bernardo Provenzano, il boss dei boss ha un cancro alla prostata e deve operarsi.
La tesi della famiglia Manca, sostenuta con una forza che rompe il cuore, è che Attilio sia stato “chiamato” per assistere a quell’intervento a Marsiglia. Forse non sapeva chi fosse quel paziente sotto i ferri, o forse lo ha capito troppo tardi. In quel mondo fatto di pizzini e silenzi, chi vede il volto del boss non può restare in vita per raccontarlo
Per anni la verità è rimasta sepolta sotto faldoni di archiviazioni. Hanno provato a dipingere Attilio come un tossicodipendente, un uomo fragile che si era perso nei vicoli oscuri della droga. Ma i conti non tornano mai. Non tornano i tabulati telefonici spariti, non tornano i viaggi non autorizzati, non torna l’assenza di impronte digitali sulle siringhe.
Attilio Manca non è morto per un errore o per un vizio. È morto perché era bravo, perché era utile e perché, probabilmente, era nel posto sbagliato nel momento più pericoloso della storia recente.
Oggi, guardando la foto di quel ragazzo con lo sguardo pulito, resta una domanda che gela il sangue. Quanti altri segreti sono stati sepolti in quella stanza di Viterbo insieme a lui? La storia di Attilio non è solo un caso giudiziario, è una ferita aperta nel fianco di un Paese che spesso preferisce una rassicurante menzogna a una verità terribile e finché non ci sarà giustizia per Attilio, quella stanza a Viterbo resterà aperta per tutti noi.
di Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

