Sul ponte sventolano mutande e file
Nome del suo aereo privato: Lolita Express. Nome della sua isola privata: Little Saint James, situata nelle Isole Vergini Americane. Le Lolite le portava lì per deflorarle della loro verginità, ricattandole, abusandole, violentandole, torturandole, secondo le accuse giudiziarie. O per apparecchiarle, disporle alle deflorazioni degli amici al vertice del potere economico, finanziario, politico non solo yankee ma di mezzo mondo. Una verginità connaturata e custodita sì nel corpo incantato di quelle Lolite, ma su cui loro non potevano accampare proprio alcun tipo di diritto. Essa è destinata ab origine, anzi per legge anteriormente universale, all’imperio delle mutande patriarcali, sotto qualsiasi cielo e ovunque esse battano strada, lenzuola, moneta e bandiera. Si tratta di un vero e proprio diritto di sessaggio, al pari di quello di servaggio o riduzione in schiavitù. Non conta il colore del partito, della pelle, della casata, della cordata, della banconote o criptovalute. Questi tipi di colorature sono puramente esteriori. Il potere, infatti, è come la pubblicità. Nei talk show televisivi i colori dietro cui si ammantano quegli schieramenti esteriori si dividono e si azzannano su tutto: poi la pubblicità avvolge, agglutina, incolla tutti insieme i tifosi delle varie sfumature cromatiche.
A tessere le fila e sovrintendere alla catena di montaggio dello sfregio-abuso-deflorazione, a schedulare i voli in arrivo e partenza per quell’isola pedo-orrorifica è Ghislaine Maxwell, la sua compagna, mantide e insieme maîtresse. Lei è la nona e ultima figlia di Robert Maxwell, magnate inglese dell’editoria, laburista, agente del Mossad, doppio e triplo giochista con cecoslovacchi e russi. Dopo aver svuotato un fondo pensioni per tentare di salvarsi da uno dei più catastrofici fallimenti della storia finanziaria mondiale, muore misteriosamente in mezzo all’oceano, caduto o buttato fuori del suo yatch Lady Ghislaine, nome in onore dell’adorata figlia, oggi condannata a vent’anni di galera quale cardine del sistema Epstein. C’erano i vertici dello Stato d’Israele al funerale di Capitan Bob. Dice di lui in quell’occasione Yitzhak Shamir, due volte primo ministro israeliano: “Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire”. Non è chiaro e a oggi neanche tutto comprovato quello che si è detto e scritto sul legame – per via Ghislaine – tra Epstein e l’intelligence israeliana, parlando anche di dossieraggi per ricattare o tenere sotto schiaffo diverse personalità statunitensi e internazionali, per piegarle ai propri voleri. È certo però che Ehud Barak – anche lui ex capo di quel governo, ministro degli esteri e poi della difesa, generale capo di stato maggiore – fu uno dei suoi più assidui e stretti frequentatori, nonché intessitore con lui di alti e riservati affari industriali-militari e di cybersicurezza.
Proprio per questo non possiamo pensare che quello che sta ruotando attorno al nome di Jeffrey Epstein e ai tre milioni di files da lui lasciati, sia soltanto uno scandalo di sesso e violenza pedofilo-maschilista. Al centro di tutto il sistema – come il nocciolo duro attorno cui si stratifica la polpa del frutto – c’è sempre il livello economico-finanziario teso a massimizzare il profitto capitalistico. La riduzione delle ragazze a tappeti di carne, da calpestare, umiliare, insozzare, lacerare non è un semplice rito identificativo di setta, di cerchia privilegiata esclusiva al vertice del potere mondiale, all’interno della quale si dismettono abiti e maschere da progressisti, conservatori, reazionari, o a cos’altro diavolo vuoi atteggiarti, e ci si unisce – bio-politicamente nudi – nella Messa Sacra, nella liturgia della riduzione dell’umano al sub umano. Un rito necessario, perché senza di esso non si costituisce, non si proclama, non si trasmette, non esercita e riconferma l’immodificabile quotidianità di alcun potere. Una forza, per autoproclamarsi quale potere legittimamente costituito, deve prima proclamare una vittima ed eleggerla a debolezza sacrificale universale. È del tutto superfluo che non lo sia veramente una debolezza, anzi forse è addirittura meglio non lo sia affatto. È infatti il processo che va dalla indicazione pubblica alla effettiva riduzione a vittima che costituisce il potere. E tale rito va ripetuto, esercitato quotidianamente in maniera simbolica e concreta, similmente alle liturgie religiose, come le nostre Messe, o le preghiere collettive obbligatorie che in diverse fedi si ripetono a più orari della giornata.
Il rito Epstein, dicevamo, non distingue i partecipanti su base politico-culturale esteriore, ma su quella autenticamente interiore del nocciolo centrale capitalista maschilista. Il processo di elevazione della propria forza a potere è simile, però, anche ad altri domini politici, economici, religiosi, tribali o altro. Così che in effetti si dà un unico trans-potere planetario, che si articola in tanti diversi tipi di sotto-domini regionali, i quali nel loro originario nocciolo genetico recano lo stesso Dna costitutivo, quasi fosse un’invariante antropologica. Che oggi sia il patriarcato a identificare prevalentemente questo super potere planetario è un dato storico, e come tale soggetto a un ipotetico mutamento futuro. L’attuale crisi della politica, consunzione della democrazia, ascesa vertiginosa di un’inedita egemonia tecno-scientifica-finanziaria, una vera e propria autocratica algocrazia, imporrebbe, però, un più adeguato passaggio di coscienza, visione e testimonianza della giustizia. Non il mero toglimento della contraddizione, dell’ingiustizia incarnata da vittime e carnefici transitoriamente storici, mutevoli e anche scambiabili tra loro in superficie. No, l’aurora di una nuova civiltà richiama a sé il tramonto epocale dell’intero processo esistenziale che dell’ingiustizia costituisce il sottosuolo.
di Riccardo Tavani

