Dacia Maraini: il Giappone imprigionato della mia infanzia

Izumi Chiaraluce, artista visiva e regista, madre nipponica, padre italiano, la lingua materna la parla ancora. La scrittrice italiana Dacia Maraini non più. Nata a Firenze nel 1936, a soli due anni la piccola Dacia è già con i suoi genitori in Giappone, e vi rimane per otto anni, fino al 1946, parlando la lingua del luogo. Suo padre è l’antropologo, orientalista e fotografo Fosco Maraini, sua madre Topazia Alliata, pittrice. Izumi accompagna Dacia in molti incontri, anche nelle scuole, del suo libro Vita mia, nel quale la scrittrice torna a raccontare anche della sua drammatica infanzia in Giappone. Le memorie e le vicende che il testo fa rivivere a ogni capitolo, a ogni pagina, a ogni nuova presentazione sono così numerose che Izumi propone a Dacia di incontrarsi sul terreno comune di una particolare madrelingua. Tutta quella densa materia storica ed esistenziale bisogna riproporla nella forma e nel linguaggio di un film documentario. Lingua, d’altronde, che Dacia ha imparato, praticato, come sceneggiatrice e regista, e mai dimenticato. E che Izumi ha embrionalmente sedimentato nella sua produzione artistica. Nasce così Dacia, Vita Mia – Dialoghi Giapponesi, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, e ora nelle sale cinematografiche italiane.

Già nel suo romanzo Bagheria, 1993, Maraini inizia a raccontare la vicenda e il rientro in Sicilia presso la famiglia materna. Nel 2016 sua nipote, Mujah Maraini-Melehi, figlia della sorella Toni Maraini, realizza il documentario Haiku sull’albero di prugno, nel quale la storia si riprende più ampiamente e dettagliatamente. E se quello è un autentico, prezioso haiku, questo di Chiaraluce è un vero e proprio Renga, ossia una concatenazione di tanka, che è la forma poetica più estesa dell’haiku. L’incipit esistenziale giapponese, infatti, qui svolge il ruolo di una luce originaria che si proietta su tutta la successiva esperienza umana, artistica, letteraria, teatrale, d’impegno civile, femminista di Dacia Maraini. Soprattutto relativamente alla dimensione anti individualista del noi, che caratterizza tratti profondi, ancestrali della cultura nipponica. Una dimensione che la scrittrice e autrice di teatro mette in opera in numerose esperienze e sperimentazioni insieme ad altre donne e altri autori, valgano tra tutte il Teatro di Centocelle, quello del Porcospino, della Maddalena. E come in quel primo film si intrecciavano al racconto interventi dell’artista newyorkese Basil Twist con la creazione di marionette, in questo gli inserti grafici sono direttamente di Chiaraluce nella sua veste di artista. Disegni in animazione che nella loro sintetica incisività formale non sono un mero abbellimento iconografico, ma un vero e proprio contenuto interno alla narrazione filmica.

Fosco Maraini si trasferisce in Giappone, seguito da sua moglie e da sua figlia, come lettore di lingua italiana presso l’Università di Kyoto, e per svolgere le sue ricerche sulle popolazioni indigene Ainu. Nel 1943 le autorità giapponesi convocano Fosco e Topazia, chiedendo loro di sottoscrivere un atto di adesione alla Repubblica Sociale Italiana, RSI o di Salò, voluta da Hitler e presieduta da Mussolini. Come è noto, nel 1940 il Giappone forma con l’Italia fascista e la Germania nazista il cosiddetto Asse Berlino-Roma-Tokyo. Il rifiuto dei due comporta l’immediato internamento in un campo di prigionia a Nagoya, nell’isola di Honshū. La coppia, intanto, aveva dato alla luce altre due bambine, Yuki, a Sapporo nel 1939 e Antonella, detta Toni, a Tokio nel 1941. Le crudeltà subite in quel campo, Dacia Maraini le racconta attraverso parole terse, calme, lucide, ma forse per questo ancora più drammaticamente sconvolgenti e coinvolgenti insieme. Non è qui possibile riassumerle sinteticamente. Ma lei ci torna tante volte in Giappone, per riabbracciare la suaOka-chan, piccola mamma, ossia la sua Tata Masako Morioka, e perché ha saputo distinguere tra regime di allora e popolazione. Anche Yuki ci era tornata. Musicista, cantante, lei scompare nel 1995, a 56 anni, per una grave malattia.

Il film si avvale di un notevole apparato d’immagini d’archivio, in parte della stessa Dacia Maraini, in parte dall’Istituto Luce, in parte da altre fonti internazionali. L’intreccio tra questo materiale, i racconti e le testimonianze si avvale del montaggio di Silvia Di Domenico che riesce a staccare un ritmo narrativo pulsante che aumenta il coinvolgimento dello spettatore. Diverse  e importanti le testimonianze, tra le quali Liliana Cavani, Giuseppe Tornatore, Paolo Di Paolo, Igiaba Scego, Donatella Di Pietrantonio, Giorgio Amitrano. Il grande compositore americano Alvin Curran la sua testimonianza la rende non solo a parole, ma anche suonando una grande conchiglia che riproduce la sirena della nave del ritorno in Italia. Le musiche del film sono di Kyung Mi Lee e di Andrea Guerra, quest’ultimo figlio di Tonino Guerra, una colonna storica della sceneggiatura, in vita legato da stima e amicizia per Dacia Maraini.

L’esordiente Izumi Chiaraluce firma un documentario di grande maturità, qualità cinematografica e importanza storica, facendo sapiente dono al linguaggio del cinema delle sue sperimentate doti artistiche. L’opera è stata sinora insignita di due premi prestigiosi, quale quello del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, e quello dei Docenti di Cinema Civica Luchino Visconti. Per altri premi di maggiore risonanza mediatica c’è da osservare che una anacronistica discriminazione continua a colpire in Italia documentari realizzati da donne e che parlano di figure femminili, anche di rilievo storico-culturale nazionale e internazionale – come in questo caso – quella di Dacia Maraini, una delle scrittrici italiane viventi più tradotte e apprezzate nel mondo.

Produzione Michelangelo Film, Rai Documentari, Luce Cinecittà. In coproduzione Aura Film. Con il patrocinio della Fondazione Italia Giappone Distribuzione Michelangelo Film. Durata 84 minuti.

Il documentario sarà presentato, in collaborazione con il Salone del Libro di Torino, al Cinema Esedra, il 15 maggio alle 20.30, in presenza della regista e di Dacia Maraini.

A Roma, al Cinema Farnese, continuano le proiezioni il 18 e il 28 maggio e in altre date da definire.

di Riccardo Tavani

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