Visione d’epoca senza sogni, cinema, resurrezione
A proposito di Resurrection, il film del cinese Bi Gan, va premesso che in tutti i campi dell’arte le nuove possibilità di espressione non solo non sono state subito capite, ma sono stati anzi violentemente respinte. Da incliti e incolti, ossia da eccelsi esperti e persone comuni. Questa premessa è indispensabile perché quel film, pur apprezzato come un capolavoro d’arte da molti critici cinematografici, è visceralmente rigettato da alcuni di essi, e comprensibilmente fuori dell’attuale gusto del grande pubblico. Questo perché tale gusto è oggi sempre più artefatto, pre-conformato a un modello di consumo omologato, pre digerito da parte dell’industria culturale e mediatica. Comunque la si voglia pensare, noi come rubrica di critica cinematografica non possiamo comunque esimerci dallo scriverne, cosa che facciamo comunque con piacere, perché riteniamo il film un capitolo importante nella storia della settima arte.
Resurrection, film del 2025, ha sedimentata dentro il suo svolgimento tutta la storia del grande cinema popolare che vive nel coscio e nell’inconscio di ognuno di noi, in quanto scaturigine e protagonisti della civiltà mondiale dell’ultimo secolo. Dal muto, all’espressionismo tedesco, al poliziesco, al vampiresco, al melò, persino alla commedia: generi, epoche, celebri scene, esplicitamente citate, riprese e ristilizzate, per essere loro stesse nuove icone di un presente del cinema che sarà rivisto in futuro come un passato. Non a caso è proprio con due immagini del pubblico cinematografico che apre e chiude il film. E quella finale mette in scena la progressiva liquefazione, scomparsa di gente dalle sale.
Ambientato in un futuro non determinato, gli uomini scoprono che l’eternità è dei non sognatori. Essi, infatti, sono come candele che non si consumano mai. Per trovare ancora un sognatore, che nel film si chiama Delirante, bisogna appunto tornare alla civiltà sepolta del cinema. E questo personaggio, quale sembiante di un mostro, assumerà via via le diverse fisionomie e vicende di sei personaggi di epoche, stili, generi cinematografici diversi. I sei episodi hanno anche come tema centrale i sei sensi, āyatana, della filosofia buddhista: Vista (Sguardo), Udito, Olfatto, Gusto, Tatto, Mente (Pensiero, Coscienza). Questa scansione, però, corrisponde anche a epoche diverse della storia cinese da quando è nato il cinema a oggi. Esse sono: tarda dinastia Qing, la Repubblica di Cina, la Nuova Cina, il periodo della riforma e apertura, anni ’80, l’inizio del nuovo millennio, anni 2000. Epoche viste attraverso i diversi generi e stili cinematografici messi in scena nel film.
Il sogno viene rappresentato come qualcosa di più vero della cosiddetta realtà. Il termine latino somnium, infatti indica non solo il sonno, ma la visione, le immagini che in esso salgono alla superfice della coscienza. Sempre più la realtà odierna è qualcosa di artefatto, falso, perché preconfezionato e imposto dalla civiltà, dal potere tecnologico e social mediatico. Il voyant, il veggente, è l’opposto del voyeur, del guardone di una realtà prostituita a squallore nella sua reiterazione nichilista, in quanto tale pornografia. Il delirante, il sognatore per eccellenza, è l’artista, quello che sa traforare lo strato visivo incrostato per disvelare l’autenticità del sguardo oltre l’orizzonte dato. Kinema, dal greco antico ‘movimento, e graphō, ‘scrivere’, ‘disegnare’, incidere immagini, visioni, nella coscienza onirica destinate a emergere lentamente, ma inesorabilmente alla superfice del mare in movimento.
L’arte registica di Bi Gan è fuori misura, funambolica, si avvale di messinscene, inquadrature, movimenti della macchina da presa, piani sequenza, montaggio, musiche in cui è stratificata memoria e sapienza cinematografica rigenerativa. Il suo è cinema oltre il destino di liquefazione del cinema stesso qui affermato, ma nel suo farsi, darsi, mostrarsi, proprio per questo al contempo negato. Distribuzione Wonder Pictures. Durata 160 minuti.
di Riccardo Tavani

