Europa: occasione da non perdere
Dopo il 1989, con il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione della superpotenza sovietica, è venuto a mancare uno dei due pilastri su cui poggiava l’equilibrio del mondo, ed è andata in frantumi anche la cornice nella quale si operava, si è rotto l’equilibrio e sgretolata la costruzione determinata dall’esito del secondo conflitto mondiale.
In questi quasi quarant’anni, passati da quel punto di frattura, il collasso del sistema basato su due superpotenze è proseguito, anche a causa delle potenze economico-militari in espansione (Cina, India, Brasile, …) che vogliono esercitare un ruolo attivo e non subordinato, anche politicamente.
La Russia, “erede” dell’ URSS, ha perso peso politico e capacità militari offensive “convenzionali”, come dimostra l’esito dell’aggressione all’Ucraina, ma non la sua potenza nucleare.
Gli Stati Uniti non sono più in grado di mantenere il proprio primato economico e militare, come dimostrato dalla incapacità di piegare l’Iran che, nonostante le minacce e i dissennati, quasi quotidiani, proclami distruttivi del presidente USA, continua a tenere in scacco la superpotenza americana.
Parallelamente gli USA hanno perso anche il primato tecnologico, si veda la tecnologia dell’auto elettrica, il 5G per le comunicazioni, i treni a levitazione magnetica, la proiezione nello spazio dei paesi in ascesa.
Le grandi potenze emergenti si stanno muovendo alla ricerca di un posizionamento adeguato al proprio peso economico-militare nel nuovo assetto in via di definizione: i vecchi protagonisti (essenzialmente USA ed URSS) e i nuovi riuniti nel BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia, Iran e Arabia Saudita).
E l’Europa?
L’Europa è assente, l’Europa politica non esiste. I governi europei si accontentano di recitare come comparse, senza diritto né di parola né di capacità decisionale, sulla scena internazionale. Si limitano a farci pagare gli alti costi delle guerre, il 60% come precisò il presidente francese Macron ad un Trump in versione bullo yankee, provocate anche dalla politica militare americana in Ucraina. La classe dirigente europea continua a essere prona ai voleri dell’alleato americano e a non fare assolutamente nulla nei confronti del minuscolo, ma potentemente armato stato israeliano, la cui politica aggressiva sta ostacolando/impedendo la costruzione di un mondo pacifico, e adotta comportamenti ben peggiori di quelli dei nazisti in tutto il Medio Oriente.
Forse non è ininfluente il fatto che la attuale classe politica dirigente che governa Israele, sia espressione della componente Ashkenazita, cioè di una parte della popolazione israeliana, fondamentale all’atto di fondazione dello stato stesso, che parlava Yiddish, un dialetto tedesco, e che si è formata in quella stessa cultura che ha prodotto l’aberrazione nazista. Forse è un cattivo pensiero, una maldicenza, nei confronti di un popolo che ha subito la Shoah, ma, inevitabilmente, si presenta alla mente quando si riflette sui comportamenti da esso adottati.
L’Europa, ovvero le sue classi dirigenti, hanno forse minor consapevolezza dei popoli che governano, di quello che l’Europa è e potrebbe essere: un soggetto politico-economico, includendo la Gran Bretagna in fase di riavvicinamento alla costruzione europea, di oltre 500 milioni di abitanti, con un PIL di 23,1 trilioni* di dollari a metà strada tra i circa 18,7 trilioni di quello cinese e i 29,2 trilioni di quello USA (dati 2023). Una realtà economica, quella europea, che primeggia a livello mondiale nella manifattura, nella quota di energia pulita, in diverse branche dell’industria dei trasporti, e in condizioni economiche tali che rederebbero possibile lo sviluppo di una propria tecnologia e anche di dotarsi di una autonoma capacità difensiva, che in realtà esiste già: basterebbe integrare le difese nazionali esistenti, compito non facile, ma non certo impossibile.
La potenza economica europea, quando ha agito unita, ha dimostrato di poter fronteggiare le crisi più gravi, valga come esempio l’azione della BCE guidata da Mario Draghi, durante la crisi dei debiti sovrani del 2012, volta con successo ad attenuarne gli effetti negativi.
Dovremmo, noi europei, avere la consapevolezza dei risultati raggiunti in termini di welfare state, unmodello di organizzazione politico-sociale in cui lo Stato garantisce il benessere e la sicurezza economica di tutti i cittadini, riducendo le disuguaglianze tramite servizi fondamentali come sanità, istruzione e pensioni, che tutti i popoli del mondo vorrebbero avere, una realtà verso la quale si dirigono gli attuali movimenti migratori in cerca di lavoro, sicurezza, pace.
È questo modello, perfettibile come tutto ciò che è umano, che l’Europa può offrire al mondo, un modello che ha garantito ottant’anni di pace, sviluppo, sicurezza, democrazia, rispetto dei diritti, ricerca di una maggiore equità, nonostante permangano contraddizioni che è necessario risolvere, come, ad esempio, una più omogenea ed equa distribuzione del reddito e delle imposte.
Date queste premesse la politica che l’Europa dovrebbe perseguire, sfruttando quella che Trump considera la minaccia di abbandonarne la difesa, è quella di una accelerazione del processo di unificazione, e di assunzione della responsabilità della propria difesa, se dovesse occorrere. La UE ha la possibilità di accelerare nella creazione di quel soggetto politico che sempre è stato ostacolato dagli USA, cui faceva comodo un mercato europeo unificato, numericamente consistente e in grado di pagare, ma non un soggetto politico di cui dover tenere conto.
Questo momento di crisi acuta può essere la grande occasione da non mancare per riappropriarsi della propria mission e ribadire la peculiarità della civiltà europea e i suoi valori accelerando il processo di costruzione di una Europa politica così come auspicato dai fondatori ( De Gasperi, Schuman, Adenauer, Spinelli…) di quella che oggi è l’Unione Europea.
Corrado Venti
*un trilione = un miliardo di miliardi

