In Afghanistan le ragazze continuano a studiare nonostante le scuole chiuse. Questa è la vera resistenza

Anno quinto dell’era dei sogni spezzati. Giovedì 26 marzo, nel silenzio pressoché totale del mondo, il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ha celebrato solennemente l’avvio del nuovo anno scolastico. Il quinto consecutivo in cui le aule sono rimaste chiuse per le ragazze dopo il sesto anno delle elementari, l’ultimo.

Perché in questo posto dimenticato da tutti, sono vietate le medie, le superiori, l’università.

Lo studio viene spesso soppresso, limitato o manipolato nei regimi autoritari e totalitari perché la conoscenza è potere, libertà e stimola il pensiero critico, elementi che rappresentano una minaccia diretta per chi detiene il controllo assoluto

Altre 400mila adolescenti giovedì scorso hanno trovato la scuola chiusa, nell’unico Paese al mondo che teorizza e attua l’apartheid di genere. «Avevo grandi progetti per il futuro. Volevo diventare dottoressa. Se tutto questo non fosse successo, oggi avrei dovuto iniziare l’ultimo anno delle superiori. Non accadrà. Anche i miei genitori avevano grandi aspettative su di me. Ora non c’è più speranza», ha detto Sonam, residente a Kabul, all’emittente afghana Amu Tv, che trasmette da Washington.

Gli effetti di questa disumana esclusione, che non ha ragion d’essere se non in una deformata e violenta interpretazione del Corano, sono ben noti: aumento esponenziale dei casi di depressione e di suicidi tra le giovanissime, forte esposizione a matrimoni e gravidanze precoci. Non è solo una ferita inguaribile sui percorsi individuali di migliaia di ragazze, bensì una drammatica ipoteca sul futuro di un intero Paese. Ventidue milioni di persone, la metà della popolazione, è messa ai margini, vessata, esclusa, impossibilitata a contribuire alla crescita e allo sviluppo della società in cui vive.

Nel giorno dei sogni spezzati, viene da chiedersi a chi interessi davvero la sorte delle ragazze e delle donne afghane, che dall’agosto 2021, con la fuga precipitosa degli occidentali e il ritorno al potere dei talebani, sono state prese di mira da decine di editti e regolamenti che hanno distrutto ogni piccolo spazio di libertà. Occorre riconoscere, tuttavia, che in Afghanistan l’istruzione non è scomparsa, bensì si è trasformata, perfino rivoluzionata. È lì che le ragazze stanno letteralmente ridefinendo l’istruzione, come scrive sul network di giornaliste afghane in esilio “Zan Times” la scienziata e attivista Amne Mehmood.

Scuole clandestine, lezioni peer-to-peer (tra pari), corsi impartiti attraverso piattaforme digitali da ogni parte del mondo, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Centinaia di migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza in Afghanistan non solo come beneficiarie ma anche come educatrici e coordinatrici, sia clandestine all’interno del Paese sia nella diaspora in tutto il mondo. L’istruzione secondaria inferiore e superiore (tre anni ciascuna), proibita per le ragazze, è sostituita da piattaforme come Learn Afghanistan, Daricha Education, Future Learn, Victory Afghanistan, Sahar e tante altre iniziative nate all’estero o, più raramente, clandestinamente nel Paese. I corsi universitari hanno il loro surrogato in decine di programmi di formazione professionale, in particolare nell’Informatica.

Altri programmi offerti dall’estero insistono sulle scienze, esistono piattaforme che offrono webinar, forum accademici e lezioni, attraversando confini immateriali per sostenere l’attività intellettuale delle donne nel Paese dai mille divieti.

Impossibile censire le iniziative extrascolastiche diffuse in Afghanistan; ciò che conta però non sono i numeri ma la loro stessa esistenza. Le allieve combattono contro l’instabilità della connessione, i continui blackout di Internet, i costi dei device, l’obbligo di stare chiuse in casa, ma tutte insieme queste piattaforme formano un ecosistema parallelo di educazione che dà speranza a migliaia di giovani. Una rivoluzione “costretta” dagli assurdi divieti dei talebani.

Le ragazze afghane dimostrano, pur nella terribile e disumana realtà in cui vivono, che la conoscenza e l’istruzione non iniziano e non finiscono con una autorizzazione o un divieto, ma hanno a che fare con il desiderio e con l’impegno. Se le scuole e le università sono chiuse, la conoscenza non scompare. Si muove, si adatta, si trasforma. Un modello che, in definitiva, va sotto un solo nome: resistenza.

di Stefania Lastoria

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