L’ostinazione del Capitano ragazzino

Palermo. È una sera d’estate, il 13 giugno 1983. In via Scobar l’aria è pesante, di quel caldo che toglie il respiro. C’è una Fiat Ritmo che accosta. A bordo c’è un ragazzo di ventinove anni. Si chiama Mario D’Aleo ed è un capitano dei carabinieri. Sta andando dalla fidanzata. Ha una vita davanti, i sogni puliti di chi ha voluto la divisa fin da bambino, i sacrifici della famiglia per mandarlo all’accademia di Modena, e quella timidezza buona di chi chiamava a casa dicendo: «Chiedo scusa a papà se spendo un po’ troppi soldi per telefonare, ma sentire la sua voce familiare è davvero bello». Un ragazzo normale. Ma a Monreale, dove comanda la Compagnia, Mario D’Aleo non ha fatto cose normali. Ha fatto il suo dovere.

Ed è proprio questo il problema. In quella Sicilia degli anni Ottanta, fare il proprio dovere è una condanna a morte. I Corleonesi pensavano che quel ragazzo così giovane, così magro, non avrebbe dato fastidio. Lo consideravano troppo acerbo per capire. Si sbagliavano. Perché il capitano D’Aleo ha una caparbietà silenziosa, metodica, micidiale. Inizia a scavare. Segue i soldi, incastra i flussi della droga, disturba le estorsioni, il riciclaggio, mette il naso dove i boss non tollerano sguardi. Arriva a fare qualcosa di imperdonabile: stringe il cerchio attorno alla latitanza dei grandi capi, di gente come Totò Riina e Bernardo Provenzano. Diventa un pericolo reale. Un fantasma che cammina tra i loro affari.

E allora succede quello che in quegli anni succede sempre, con una regolarità spaventosa e geometrica. La cupola si riunisce. Non si muove un dito senza che i vertici lo vogliano. Riina, Provenzano, Greco, Calò, Brusca. Nomi che sembrano usciti da un incubo nero, e che invece firmano la condanna di un ragazzo non ancora trentenne. Decidono che deve morire. Subito. Prima che sia troppo tardi.

Torniamo in via Scobar. La Ritmo si ferma. D’Aleo sta per scendere. È un attimo, una frazione di secondo in cui il destino cambia binario. Dal buio sbucano i killer. Non c’è tempo per reagire, non c’è tempo per capire. È il rumore secco, metallico dei proiettili che spezza il silenzio della sera. Gli scaricano addosso un intero caricatore. Un inferno di fuoco che non lascia scampo a lui e nemmeno ai due colleghi della scorta, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. Tre vite spezzate sul marciapiede, nel sangue.

Finisce così. Con il silenzio che torna a riprendersi la strada e l’odore acre della polvere da sparo. Finisce la vita di un ragazzo che doveva sposarsi da lì a poco. Ma non finisce la storia. Perché se c’è una cosa che questa terra ci ha insegnato, in quel modo tragico e noir che appartiene solo alle cronache di mafia, è che i passi di quegli uomini restano impressi sull’asfalto. Restano le parole di quel capitano ragazzino, resta l’ostinazione della giustizia contro l’arroganza del male. Una storia scura, drammatica, ma illuminata dal coraggio. Il coraggio pulito del capitano Mario D’Aleo.

Eligio Scatolini e Giuliana Sforza

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