“Femminicidio” è la parola più cercata sul sito della Treccani nel 2026

Nelle scorse settimane si è registrata la terza morte di una donna per mano dell’ex compagno in meno di tre giorni, ebbene il portale Treccani.it ha divulgato la notizia che proprio la parola “femminicidio” è il termine più cercato dall’inizio del 2026. Un termine che definisce “l’uccisione di una donna da parte di un uomo, spesso il marito o il compagno, all’interno di una cultura in cui le donne vengono spesso oppresse e sottoposte a violenza per il loro genere” come recita la definizione lessicografica.
Registrato tra i neologismi, entrato nel Vocabolario Treccani, è stato scelto dall’Istituto come parola dell’anno 2023 proprio per la sua rilevanza socioculturale. Un termine purtroppo al centro del dibattito a causa delle aggressioni mortali che, secondo l’osservatorio di Non una di meno, sono già 40 da inizio anno. Un fenomeno sempre in crescita ma non solo. Dopo che il governo Meloni ha introdotto un reato specifico, proprio gli ex alleati che fanno riferimento a Vannacci stanno mettendo in discussione l’operazione, arrivando addirittura a contestare l’esistenza dei femminicidi.

Il generale e europarlamentare Roberto Vannacci infatti sostiene che il femminicidio non esista come categoria giuridica speciale e che andrebbe abolito, definendolo un omicidio comune basato sul principio di uguaglianza tra i sessi. Questa posizione ha suscitato ampie polemiche politiche e istituzionali in Italia con le prove schiaccianti che il sistema di protezione attuale continua a non essere sufficiente. Le donne muoiono nella noncuranza istituzionale, se ne parla poco, se ne parla male.

Quando una simile realtà viene sminuita, sembra che tutto il percorso che si è tentato di fare finora sia stato vano. Notizie che vengono riferite in televisione senza più far clamore perché sta diventando la “normalità”, anche grazie a una parte delle istituzioni che tale la ritiene.

Poi tra i termini più cercati compaiono “maranza”, “fake news”, “overtourism”, “influencer”, “rider”, “selfie”. Parole nuove, fino a poco tempo fa, entrate ormai nei vocabolari e diventate abituali nel linguaggio di tutti i giorni, negli organi di informazione e nei fatti di cronaca, fino ad imporsi nell’uso comune.

In particolare il caso di “maranza”, neologismo che negli anni Ottanta e Novanta del Novecento indicava un “abitante delle periferie urbane, non per forza giovane, zotico, rozzo che cerca di mettersi in mostra, ed ha poi ampliato il suo significato indicando ora il “giovane che fa parte di gruppi di strada chiassosi, prepotenti e riconoscibili per l’abbigliamento vistoso e per il linguaggio e un modo di fare altamente volgari”.

Il termine è stato erroneamente usato anche dai media per indicare uno degli ultimi interventi legislativi del governo Meloni al fine di rafforzare

l’imputabilità degli under 18: il testo è diventato conosciuto e popolare come ddl anti-maranza, con l’intento di identificare in maniera razzista ragazzi e ragazze di nuova generazione.

Tra i neologismi più recenti molto consultati anche il termine “smart working” (che sarebbe meglio sostituire con l’italiano “lavoro agile” secondo i linguisti della Treccani), termine diffusosi definitivamente durante la pandemia fino a diventare una denominazione corrente per la “flessibilità prevista dalla legge all’interno di un rapporto di lavoro, al fine di aumentare la produttività e facilitare il lavoratore o la lavoratrice nel conciliare l’attività lavorativa con le esigenze personali”.

Tanti dunque i nuovi termini di uso comune.

Rimane in ogni caso la gravità del problema della violenza contro le donne, quel “femminicidio” che pur essendo la parola più ricercata in assoluto, sembra anche la più “negata”.

L’unica strategia che può essere messa in campo dalle istituzioni  è quella di smetterla una volta per tutte di fare proclami e di elencare fantasiose misure di protezione.

E’ opportuno invece che si facciano garanti dell’applicazione delle leggi esistenti, delle misure di protezione, che possono salvare la vita alle donne che denunciano.

Ricordiamo solo che il DDL Bongiorno (modifica dell’articolo 609-bis del codice penale sulla violenza sessuale) sostituisce il principio del “consenso libero e attuale (solo sì è sì), approvato in un primo momento alla Camera, con il concetto di volontà contraria (il modello del dissenso). L’atto è punibile se compiuto contro la volontà espressa o desunta dal contesto, riaccendendo il dibattito politico e sociale tra chi teme un arretramento nella tutela delle vittime e chi difende il rigore probatorio.

La proposta Bongiorno prevede il criterio del dissenso: l’atto sessuale è un reato se compiuto contro la volontà della persona, valutando la situazione e il contesto specifici.

Il modello comparato che si allinea a ordinamenti come quello tedesco o svizzero, focalizzandosi sull’opposizione manifestata anziché sulla ricerca preventiva di un assenso esplicito.

Centri antiviolenza, opposizioni e piazze mobilitate contestano che, con questo testo, torni a essere la vittima a dover dimostrare di aver dissentito o resistito, indebolendo la centralità assoluta del consenso.

Ora, qualsiasi dibattito istituzionale che viene rivisto, elaborato, valutato in altro modo e qualsiasi parere vannacciano in cui si dichiari che il “femminicidio non esiste” in quanto trattasi di un omicidio come tutti gli altri,

inserendo nel programma del suo movimento la proposta di abolire tale fattispecie di reato… ecco tutto questo diventa solo uno strumento di propaganda che calpesta, annienta e uccide per la seconda volta tutte le donne vittime e tutte le donne in quanto tali che vivono ogni giorno la violenza e i soprusi di cui tanto si parla e si discute.

Non rendiamoci colpevoli anche noi nell’alimentare questo atroce reato facendo circolare dibattiti che destabilizzano l’italiano medio.

Stefania Lastoria

Please follow and like us:
fb-share-icon
Wordpress Social Share Plugin powered by Ultimatelysocial
WhatsApp
YouTube
Copy link
URL has been copied successfully!